Octubre 19, 2026

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Labubu, Crybaby e Zimomo non possono essere più considerati un fenomeno hypebeast. Sono divenuti oggetti iconici: intorno a questi prodotti (spazzatura?)  di origine cinese si praticano scambi online. Come è già accaduto con le sneakers, come accadrà al prossimo giro per qualche altro soggetto FOMO (acronimo do Fear of missing out – “paura di essere tagliato fuori”) legato all’uso compulsivo dei social media. Vale tutta via la pena di prenderli in considerazione per quello che il loro successo racconta della dilagante tendenza odierna all’escapismo. Labubu (oltre 1 milione di post con l’hashtag #Labubu su TikTok) non solo tra Alpha o GenZ, ma (questo è il red flag) in maniera intergenerazionale: la nuova predilezione per i giocattoli ha molto da insegnarci sulla disposizione di chi un tempo consumava oggetti di  “lusso”.

Labubu: un pupazzetto per tempi bui

Non è la prima volta che il fascino di prodotti per bambini conquista gli adulti. Negli anni ’90 l’ossessione per i Tamagotchi, Pokémon Go nel 2016 (già combinavano nostalgia e innovazione tecnologica) insieme alla folata di vento Barbiecore del 2023 dimostrano che adulti si può essere anche solo anagraficamente. Cosa vorrà poi dire essere adulti non è chiaro a nessuno, ma questa è materia che lascio volentieri ai filosofi. In ogni caso il successo di Labubu, il coniglietto con il viso da bambola e i denti aguzzi disegnato dall’artista Kasing Lung e prodotto dall’azienda di giocattoli di Hong Kong Pop Mart risale all’ottobre del 2023. L’impennata di vendite è arrivata coi ciondoli da accompagnare le borse, anche quella carissime tipo Birkin o le intrecciate di Bottega Veneta. Le analisi più superficiali attribuiscono il successo alle comparsate via web di Lisa delle Blackpink in Corea (questo evidentemente sponsorizzato), di Rihanna e Dua Lipa negli Usa, da noi con un po’ in ritardo di Chiara Ferragni. 

Rihanna paparazzata con un Labubu1 / 8
Rihanna paparazzata con un Labubu
Abbinamento non convenzionale di accessori con Labubu2 / 8
Abbinamento non convenzionale di accessori con Labubu
Blind box e charm Labubu3 / 8
Blind box e charm Labubu
Charm Labubu4 / 8
Charm Labubu
Ciondolo Lilo & Stitch5 / 8
Ciondolo Lilo & Stitch
Set di borse con charm Labubu6 / 8
Set di borse con charm Labubu
Set di Labubu da compagnia7 / 8
Set di Labubu da compagnia
Zimomo della serie Monsters8 / 8
Zimomo della serie Monsters
Rihanna paparazzata con un Labubu
Abbinamento non convenzionale di accessori con Labubu
Blind box e charm Labubu
Charm Labubu
Ciondolo Lilo & Stitch
Set di borse con charm Labubu
Set di Labubu da compagnia
Zimomo della serie Monsters

Il fenomeno Pop Mart

Ma il fenomeno è decisamente più complesso e in questo caso le celebrities paiono più inseguire che anticipare il fenomeno. 15 euro (il prezzo base di questi pagliaccetti) è una cifra accessibili ai più. Con questo fee si ottiene una blind box che non consente di conoscere a priori quale è il modello aggiudicato: cosa che non sembra aver scoraggiato nessuno, anzi. La blind box è uno strumento molto in uso tra i collezionisti: l’istinto associato è quello (anche questo “fanciullesco”) del pacco a sorpresa natalizio. Detto che gli acquisti legati alla moda sono sempre stati (anche) consolatori, la disposizione all’acquisto di epoche più spensierate assomiglia poco a quella di chi oggi quotidianamente deve confrontarsi con un’economia cupa, il caos climatico, gli annunci di riarmo e la crescita dell’inflazione (reale o percepita che sia) a doppia cifra. Di fronte a tanta incertezza piccoli oggetti confortanti diventano attrattivi. 

Marketing della nostalgia: i kidult

Nel kidult prevale un desiderio nostalgico per cose e modi di vita più semplici. I brand moda, come tutti gli altri, lo hanno capito e si stanno affidando a un marketing guidato dalla nostalgia.  Quando provano a proporre di nuovo la strada della provocazione inciampano e quindi preferiscono avventurarsi su sentieri che portano a connessioni con entità immaginarie in contesti non immaginari. Le conferme non mancano: un film come Barbie nato da un giocattolo ha finito per allargarsi a un pubblico più ampio e persino adulto.  Da Lilo & Stitch, film d’animazione prodotto nel 2012 dalla Walt Disney sono derivati franchising di ogni genere: sequel, serie televisive, anime, videogiochi, versioni Lego e pelouche (Pop Mart produce anche quest’ultimo). Sebbene non siano disponibili dati recentissimi sul numero di unità Labubu vendute nella prima metà del 2024 sappiamo che Pop Mart con la linea “The Monsters” che include anche il personaggio Labubu  ha registrato vendite per 6,3 miliardi di yuan e pari a 870 milioni di dollari. Labubu non è infatti l’unico giocattolo di tendenza al momento. Altri giocattoli blind box dI Pop Mart come il piagnucoloso Crybaby, Hirono di ispirazione fantasy o Zimomo, Spooky e Tycoco di ispirazione spooky stanno guadagnando terreno in Occidente.

Charm Labubu
Charm Labubu

L’estetica disordinata dei kidult

L’estetica street style di questi charm, portachiavi o oggetti da compagnia multiuso è sintonia con la caotica tendenza alla personalizzazione che sta affermandosi ovunque. Abbinare uno o più di questi pagliaccetti al proprio abbigliamento aiuta a transitare con nonchalance su stili che si vorrebbero codificati, senza dover investire ulteriormente in beni non essenziali. In un panorama visivo un tempo pervaso (almeno sino a prima dell’epidemia scatenata dal maledetto virus) da ideali di perfezione irrealistica, le alternative estetiche sembrano rivolgersi a una bellezza non convenzionale. I Labubu, con le loro forme semplificate l’aspetto peloso e i colori spesso stridenti, incoraggiano i consumatori ad aderire all’ugly-cute che è un po’ grossolano ma confortate. Come del resto è accaduto per le Birkenstock o le Crocs, scelte in forte contrasto con i diktat di una fashion divenuta sin troppo prevedibile e troppo velocemente ciclica.
Aldo Premoli
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Artisti e curatori, fotografi documentaristi e narrativi, designer, architetti, performer, scrittori, addetti marketing e comunicazione, sono i professionisti cui si rivolgono le offerte di lavoro che abbiamo selezionato per voi questa settimana. In questo spazio diamo, infatti, una breve panoramica degli ultimi bandi aperti recentemente in Italia o prossimi alla scadenza, e alle opportunità (anche senza scopo di lucro) da cogliere al volo. Vi ricordiamo che su Facebook trovate il gruppo Artribune Jobs: vi invitiamo a iscrivervi per poter contribuire alla condivisione di bandi, concorsi, opportunità, spunti e offerte in ambito creativo. Intanto, ecco 5 proposte da tenere presente…

Museo Madre – Bando per artisti emergenti e curatori di ricerca

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Museo Madre

È online il bando per partecipare alla prima edizione del Premio Meridiana, iniziativa promossa dalla Fondazione Donnaregina per le Arti Contemporanee – Museo Madre e dagli Amici del Madre per promuovere e valorizzare la scena artistica contemporanea del Sud Italia, offrendo sostegno concreto a 3 artisti emergenti under 35 e a curatori under 45 impegnati in attività di ricerca. Il curatore vincitore riceverà un premio di 5mila euro, mentre agli artisti selezionati andranno 7mila euro ciascuno, destinati alla produzione delle opere. Il progetto vincitore sarà allestito al Madre entro il 2025.
Scadenza: 30 giugno 2025
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Studio Marangoni – Corso di fotografia documentaria/narrativa e Mastering Photography

2 copertina sop Lavorare nell’arte: opportunità da Madre, Studio Marangoni, Fondazione Musei Senesi e Mufoco
SOP

Sono aperte le iscrizioni per il corso intensivo Sense of Place promosso da Studio Marangoni, un’esperienza formativa dedicata alla fotografia documentaria e narrativa. Il corso, della durata di due settimane, si terrà dal 16 giugno 2025 presso la sede di Via San Zanobi. Rivolto a fotografi e appassionati, il corso offrirà due settimane di formazione intensiva, sotto la guida esperta di Pietro Paolini, fotografo del collettivo TerraProject. Sono anche aperte le iscrizioni a Mastering Photography, corso annuale di fotografia contemporanea, per approfondire l’identità autoriale attraverso un percorso pratico e teorico.
Scadenza: non pervenuta
Sense Of Place
Mastering Photography o contattare Esta dirección de correo electrónico está siendo protegida contra los robots de spam. Necesita tener JavaScript habilitado para poder verlo.

Fondazione Musei Senesi – Call per creativi toscani per progettazione culturale sostenibile

3 fms Lavorare nell’arte: opportunità da Madre, Studio Marangoni, Fondazione Musei Senesi e Mufoco
FMS

È online una call – promossa da un partenariato guidato da Siena Art Institute e composto, tra gli altri, da Fondazione Musei Senesi – per giovani menti creative, chiamate a ripensare il nostro rapporto con la natura, gli spazi di relazione o l’allestimento sostenibile di eventi culturali. Rivolta a designer, architetti, performer, scrittrici e scrittori, professioniste e professionisti del marketing e della comunicazione toscani, la call prevede tre progetti vincitori che riceveranno un premio di 500 euro ciascuno e l’opportunità di partecipare a un’esperienza formativa e di restituzione sul territorio.
Scadenza: 2 giugno 2025
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Mufoco Museo di Fotografia Contemporanea – Call per fotografi e artisti visivi over 18

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Call for Project SCENARI ALPINI. Paesaggi e comunità della Lombardia fra tradizioni e futuro

Il Mufoco – Museo di Fotografia Contemporanea promuove la Call SCENARI ALPINI. Paesaggi e comunità della Lombardia fra tradizioni e futuro: rivolta a fotografi e artisti visivi residenti in Italia over 18, seleziona 5 progetti di ricerca inediti da sviluppare e produrre in vista di una mostra e dell’acquisizione delle opere nelle collezioni del Museo. L’iniziativa è inserita nell’ambito dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026. Il tema riguarda l’interpretazione delle diverse modalità di vivere la montagna fra tradizione e innovazione, indagando la dimensione abitativa, lavorativa e quella del tempo libero.
Scadenza: 30 maggio 2025
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Attiva Progetti Culturali e Antur Srl Benefit – Call per artisti emergenti under 35

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Courtesy Antur S.r.l

Attiva Progetti Culturali e Antur Srl Benefit lanciano la prima edizione del Premio Antur. Oltre il visibile, dedicato alla promozione della ricerca artistica emergente. Questo premio acquisizione di 1000 euro consentirà all’opera di un artista, duo o collettivo under 35, di entrare a far parte della neonata corporate collection di questa giovane azienda impegnata nel settore della ricerca e sviluppo. L’opera selezionata sarà esposta nella sede di rappresentanza dell’azienda a Cercola (NA) ed entrerà nel corso del 2026 negli spazi dello SHUB Museum, ambizioso progetto di Antur Srl Benefit in fase di realizzazione dedicato all’arte e alla sostenibilità che sarà ospitato nell’antica Villa Pignatelli di Monteleone del miglio d’oro, sita a Barra, Napoli.
Scadenza: 30 maggio 2025
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ABC-ARTE inaugura tra Milano e Genova un nuovo progetto espositivo che celebra l’evoluzione artistica di Arnaldo Pomodoro (Milano, 1926), maestro indiscusso della scultura contemporanea. Una riflessione profonda, con rimandi storici e poetici, sulle radici simboliche dell’opera di Pomodoro, oscillando tra il significato primordiale e la modernità di un segno che esplora il confine tra scultura e architettura. Il progetto, che ha visto la luce grazie al contributo scientifico della Fondazione Arnaldo Pomodoro e alla curatela di Luca Bochicchio, si sviluppa tra le due sedi della galleria: Milano e Genova, offrendo una lettura inedita del percorso dell’artista.

Segno e scultura di Arnaldo Pomodoro dal 1950 al 2014 a Milano

Inaugurata il 27 marzo, la mostra nella sede meneghina di ABC-ARTE in via Santa Croce, propone un dialogo fluido e vibrante tra le opere scultoree di Pomodoro realizzate tra la metà degli anni Cinquanta e i primi anni Duemila. Un percorso che si arricchisce di un complesso di segni, forme e materiali, che sembrano raccontare la costante ricerca di un artista che ha fatto della tensione tra spazio e segno il suo credo estetico.
De-Rive non si presenta come una rassegna cronologica: al contrario, ogni sezione della mostra esplora la continuità e la rottura tra diverse fasi del lavoro di Pomodoro, percorrendo un sentiero che travalica le barriere del tempo. 
In entrambi gli spazi espositivi, lo spettatore si trova immerso in una riflessione visiva che sfida le convenzioni e dove la bidimensionalità, inizialmente timidamente incrinata nei primi rilievi, si espande fino a divenire monumentale, quasi architettonica, nelle opere più recenti.

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La dimensione plastica di Pomodoro in mostra da ABC-Arte

Cunei, frecce e scudi si stagliano nello spazio come presenze vibranti, forgiando una geometria che si fa segno e simbolo, traccia di un pensiero che attraversa il tempo. 
Ogni opera è testimone di una ricerca che va ben oltre la semplice forma estetica: Pomodoro sembra esplorare, con ogni scultura, la possibilità di un linguaggio universale, un alfabeto visivo capace di tradurre le sue riflessioni sull’architettura, sulla materia e sul tempo. La monumentalità non è solo una questione di dimensioni, ma di impatto: l’artista costruisce un dialogo tra i suoi lavori con l’ambiente circostante, creando una vera e propria espansione dello spazio. 
Particolare attenzione merita l’uso dell’osso di seppia, emblema della mostra, che, in un gioco di rimandi culturali e simbolici, attraversa tutta la produzione di Pomodoro. L’osso, che si fa contemporaneamente simbolo primordiale e reperto sub-fossile, è metafora di un ritorno alle origini della materia, al gesto incisore che segna la relazione tra uomo e natura.

Arnaldo Pomodoro tra Milano e Genova

Il titolo De-Rive, inoltre, evoca l’immagine delle rive, del mare in movimento, dei segni e delle ombre che si sovrappongono sulla sabbia bagnata, richiamando l’idea di un continuo fluire e trasformarsi dell’opera d’arte. Il progetto curato da Luca Bochicchio non solo si fa portavoce di una riflessione estetica, ma invita anche a una lettura critica più profonda. Sharon Hecker, storica dell’arte e curatrice di fama internazionale, offre una chiave interpretativa che analizza il nomadismo di Pomodoro, la sua costante ricerca di tecniche e materiali differenti, unita a un linguaggio plastico e simbolico che rimane indissolubilmente connesso all’idea di movimento e transizione. Un flusso che, come un fiume, non si arresta mai, ma continua a mutare, ad adattarsi, a reinventarsi. 

Emma De Gaspari
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Cosa ci ha convinto, e cosa no, nei giorni di anteprima della 19. Mostra Internazionale di Architettura, appena inaugurata in Laguna e aperta al pubblico fino a domenica 23 novembre 2025? Il curatore di Intelligens. Natural. Artificial. Collective., l’architetto e ingegnere Carlo Ratti, ha dato vita insieme al team curatoriale e agli oltre 750 partecipanti di quest’anno una narrazione densa di contenuti, input, progetti. Ecco le nostre conclusioni, tra top e flop.

Top – La Biennale che verrà (grazie anche al PNRR)

biennale giardini ph irene fanizza 62 Tutto il meglio (e il peggio!) della Biennale di Architettura 2025 a Venezia
Il cantiere del Padiglione centrale ai Giardini della Biennale Ph Irene Fanizza

Impossibile non farci caso. Tra Giardini e Arsenale è in corso una “rivoluzione architettonica”, destinata a rinnovare profondamente il volto degli spazi e degli edifici a disposizione della Biennale. L’inaugurazione alla presenza del ministro della Cultura Alessandro Giuli, tra le altre autorità, delle nuove biglietterie (ricavate in un’area abbandonata e realizzate con un investimento di 3.3 milioni di euro) è solo la punta dell’iceberg di questo processo. I cantieri in corso sono il riflesso del Progetto di sviluppo delle attività della Biennale di Venezia, ovvero uno degli interventi strategici del Piano Nazionale Complementare (PNC) al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) per i Grandi Attrattori Culturali del Ministero della Cultura, su edifici del Comune di Venezia. Quelli in corso, tra Arsenale, Giardini, Lido e terraferma, sono cantieri del valore complessivo di 169 milioni 556 mila euro; tra le opere più attese segnaliamo il nuovo Centro Internazionale della Ricerca sulle Arti Contemporanee (all’Arsenale) e la riqualificazione del Padiglione centrale, che viene annunciato come disponibile già per la 61. Esposizione Internazionale d’Arte 2026. Ma non finisce qui, come testimoniano anche i lavori in corso in vari padiglioni nazionali, come quello danese e francese. Non da ultimo: ai Giardini entrate in Community Centre, la struttura disegnata dall’architetta pachistana Yasmeen Lari/Heritage Foundation of Pakistan. Sorge nel sito esatto in cui il Qatar costruirà il suo (già chiacchieratissimo) padiglione permanente, la cui prima immagine (un render dello studio parigino Lina Ghotmeh — Architecture) viene svelata proprio all’interno dell’installazione.

Top – Le mostre extra Biennale

La Mostra For All That Breathes On Earth Jung Youngsun and Collaborators, SMAC. Foto Valentina Silvestrini
La Mostra For All That Breathes On Earth Jung Youngsun and Collaborators, SMAC. Foto Valentina Silvestrini

Nell’edizione 2023, caratterizzata dalla regia curatoriale di Lesley Lokko, avevamo considerato come debole il livello delle mostre collaterali promosse in città contestualmente alla Biennale Architettura. Giudizio di segno opposto quest’anno, con Venezia che accoglie nuove realtà – dalla sede in nel sestiere di Dorsoduro della Nicoletta Fiorucci Foundation al centralissimo SMAC San Marco Art Centre, in piazza San Marco, fra le altre – e mostre che già da sole valgono il viaggio. Proprio SMAC debutta nel panorama culturale lagunare con due distinti progetti, entrambi validi – Migrating Modernism. The architecture of Harry Seidler e For All That Breathes On Earth: Jung Youngsun and Collaborators – che dimostrano tutte le potenzialità, anche a livello espositivo, della nuova sede. Altro evento di strabiliante spessore che troverete a Venezia a latere della Biennale è la mostra dedicata a diagrammi, mappe e infografiche alla Fondazione Prada. Davvero una mostra gioiello frutto evidentemente di una grande ricerca oltre che di una grande visione. Da non mancare.

Top – La rinnovata piazza Santa Maria Formosa e il nuovo corso della Fondazione Querini Stampalia

La nuova Piazza Santa Maria Formosa rivoluzionata dalla Querini Stampalia
La nuova Piazza Santa Maria Formosa rivoluzionata dalla Querini Stampalia

Il graffio del leone è arrivato non solo in Vaticano ma anche in Campo Santa Maria Formosa. Il grande spazio pubblico veneziano si è popolato di ben due leoni e anche di due stupende leonesse, tutti e quattro in metallo e di dimensioni generose. Capaci, manco a dirlo, di catturare l’attenzione di cittadini e turisti che li bersagliano di fotografie. Un nuovo simbolo per la città che proprio un leone ha nel suo stemma. Sono sculture di Davide Rivalta e sono il segno dell’arrivo alla Fondazione Querini Stampalia della nuova direttrice Cristiana Collu decisa a rivoluzionare questa istituzione (che giustappunto su Campo Santa Maria Formosa affaccia) sia dentro che fuori. Ma c’è di più: nell’angolo della piazza più vicino alla fondazione è stato installato anche un grande elemento di seduta bianco progettato da Marti Guixé, perfetto per sedersi all’aperto prima o dopo aver visto le belle mostre in fondazione o aver visitato il rinnovato bookshop, particolarmente ben riuscito e curato dagli editori TLON proprio su disegno di Marti Guixé.

Flop – Call e avvisi pubblici per coinvolgere le masse a progettare le mostre? Bravi ma basta

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Biennale Architettura 2025. Padiglione Italia. Ph Irene Fanizza

Cosa accomuna gli iter curatoriali alla Biennale Architettura 2025 degli architetti Carlo Ratti e Guendalina Salimei? Entrambi – va detto, disponendo di tempi d’azione diversi, ovvero più ridotti nel caso del Padiglione Italia – hanno optato per la democratica via della call, ribattezzandola con differenti denominazioni. Ma anche altri padiglioni si sono mossi così, ad esempio il Portogallo. Senza nascondere una certa fatica nell’elaborazione delle proposte pervenute, nelle interviste che hanno rilasciato ad Artribune entrambi hanno rivendicato l’importanza di questa scelta, adottata per rendere possibile la presenza in Biennale di un’intelligenza più estesa, “collettiva” per usare un vocabolo del titolo della kermesse. In entrambi i casi, il risultato finale finisce però per alimentare qualche perplessità circa i confini e le responsabilità connesse con il ruolo curatoriale. Il numero rilevante dei progetti esposti non facilita la lettura e la piena comprensione delle due mostre. Forse si sarebbe potuto optare per piattaforme digitali (o per il solo catalogo cartaceo), intese come luoghi in cui segnalare progetti meritevoli, ma non al punto da essere selezionati per l’esposizione.

Flop – L’allestimento della Mostra Internazionale alle Corderie dell’Arsenale

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Biennale Architettura 2025. La Mostra Internazionale alle Corderie. Ph Irene Fanizza

Abbiamo già dato conto della densità espositiva che accompagna la Mostra Internazionale, balzata agli occhi fin dal primo giorno di pre-apertura, ovvero a fronte di un selezionato numero di visitatori. Impressione confermata anche nelle successive visite, da qualcuno tuttavia interpretata come la modalità corretta per restituire quella certa caoticità che attraversa il pensiero contemporaneo. A perderci, in termini di visibilità, ci sembra siano soprattutto i progetti più squisitamente architettonici esposti nei pannelli lungo le pareti dell’Arsenale, relegati al ruolo di “fondale” di accompagnamento per la successione di installazioni (in alcuni casi anche meritatamente poste) al centro della scena.

Flop – L’utilizzo dell’intelligenza artificiale

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Biennale Architettura 2025. Le didascalie della Mostra Internazionale alle Corderie. Ph Irene Fanizza

Vi ricordate le didascalie con i volti della Mostra Internazionale di Leslie Lokko? Formavano una carrellata di visi da tutto il mondo, che “dava voce” ai testi esplicativi dei singoli progetti e rendeva manifesta la volontà della curatrice di accogliere contribuiti spesso trascurati. Quest’anno si è ricorsi all’intelligenza artificiale, impiegata in una forma che si sembra riduttiva per le sue potenzialità (che sono smisurate, come del resto anche la Mostra racconta). Fornisce, infatti, un riassunto realizzato a partire dalle parole dei singoli partecipanti, riportate in forma estesa sopra. Data anche la mole dei progetti, forse sarebbe stato sufficiente chiedere direttamente a loro un testo breve anziché ricorrere a un Bignami in AI. E comunque, anche se ti aiuti con l’AI per fare cose, ma perché lo devi dichiarare? Forse dichiari che hai scritto e corretto il testo con Word?

Flop – Il Padiglione Austria

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biennale giardini austria ph irene fanizza

Il Padiglione Austria non solo non dice nulla di nuovo (a Vienna si fa housing sociale alla grande mentre a Roma è un disastro), ma lo dice in maniera per certi versi perfino ingannevole. Sicuramente ideologica. Il padiglione è suddiviso in due: da una parte i virtusismi della capitale austriaca dove tutti coloro che vogliono una casa possono accedere all’enorme patrimonio pubblico. Dall’altra Roma, pressentata come una città di un paese in via di sviluppo (non che in parte non lo sia, per carità) dove per avere un alloggio bisogna conquistarselo con la forza, col sopruso, talvolta con la violenza e occupando edifici di proprietà altrui generando presunti vantaggi per pochissimi e danni per molti. Il padiglione, nella parte ‘italiana’, racconta un ‘modello’ romano altenativo a quello viennese dove le occupazioni illegali e i loro ras vengono indicati come viruosi eroi e lodevoli robin hood. La realtà è sotto gli occhi di tutti: una società basata sull’illegalitàe la prepotenza dove si corre a chi occupa per primo non ha risolto neppure un pizzico dei problemi, che sono sempre li stessi e che anzi si sono acuiti. Anche perché, non di rado, la retorica delle occupazioni illecite ha fornito un pretesto agli amministratori per non fare e non risolvere. Davvero curioso che un paese come l’Austria si sia fatto Cavallo di Troia per passare concetti simili lasciando credere che la disuguaglianza si possa combattere facendo ricorso alle occupazioni abusive.
Valentina Silvestrini e Massimiliano Tonelli

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Una scuola nel centro di Reims, in Francia, 80 anni fa, divenne segretamente il “centro del mondo”. A narrarne le vicende è il regista pluripremiato Wim Wenders, nel corto The Keys to Freedom.

The Keys to Freedom: il corto di Wim Wenders dedicato alla fine della Seconda Guerra Mondiale

Ci sono luoghi in cui è stata scritta la storia, che tuttavia nessuno conosce: tra questi c’è una sala mappe in una scuola di Reims, che fungeva da sala operativa per gli Alleati. Il 7 maggio 1945, la Germania nazista si arrese lì e la guerra mondiale finì. 

Quella scuola ancora esiste: si trova in Rue Franklin Roosvelt e Wenders l’ha ripresa con la sua cinepresa, immortalandosi egli stesso nelle sale in cui il Generale Eisenhower, a capo degli Alleati, fece sottoscrivere la resa ai tedeschi nazisti. 

Il regista narra in prima persona gli eventi che si svolsero in questo luogo segreto, in un gioco temporale che alterna immagini di oggi a quelle di ieri, con fotogrammi che ricreano l’atmosfera di quasi un secolo fa e filmati d’archivio.

Un corto per ricordare e per investire nella libertà

Commissionato dal Ministero degli Affari Esteri tedesco, il corto The Keys to Freedom è stato reso disponibile alla visione sul canale YouTube del dicastero, in più lingue (inglese, tedesco, francese, russo, giapponese, arabo, spagnolo, portoghese).

Lanciato con l’hashtag #WeInvestInFreedom, il film vuole essere anche un monito per ricordare che “la libertà non può essere data per scontata, bisogna fare qualcosa per essa”.

L’impegno di Wim Wenders per la pace

Il film prende il titolo dalle chiavi che il Comandante in capo degli Alleati restituì all’allora Sindaco di Reims una volta siglati gli accordi, dicendo: “Queste sono le chiavi della libertà del mondo!”. 

Wenders ammette nel corto che è stato molto colpito dalla visione di queste chiavi, sebbene ora siano conservate nella teca di un piccolo museo di una scuola. Il regista aggiunge: “Dalla mia infanzia in poi ho vissuto 80 anni in pace. (…) Oggi, per il quarto anni, c’è di nuovo la guerra in Europa. È una guerra contro l’Europa. 80 anni dopo la liberazione del nostro continente, noi europei ci stiamo rendendo conto che la pace non può essere data per scontata”. Con The Keys of Freedom, scritto e diretto da Wenders, il regista ha voluto così dare il suo contributo, far sentire la sua voce di artista, per la pace. 

Roberta Pisa

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