“When the cats and dogs agree, the fascists
flee” è uno dei passaggi più incisivi del memorabile
messaggio letto dalla professoressa Donna Haraway, Leone d’Oro alla
Carriera della 19. Mostra Internazionale di Architettura della
Biennale di Venezia, in occasione della cerimonia di premiazione e
inaugurazione della Biennale Architettura 2025. Con le parole
dell’affermata docente statunitense, seguite dal premio alla
memoria al compianto ItaloRota,
ha preso il via l’atto conclusivo della preview della kermesse
lagunare, che inizia ufficialmente oggi il suo semestre di
apertura.
Il Bahrain vince il Leone d’Oro per la
miglior Partecipazione Nazionale
Il riconoscimento più rilevante, il Leone d’Oro per la
miglior Partecipazione Nazionale, va al Regno del Bahrain
che all’Arsenale espone Canicola. Il progetto – che avevamo incluso nella nostra top ten –
presenta una soluzione pratica alla necessità di fronteggiare
temperature sempre più alte. A curarlo è l’architetto
Andrea Faraguna: formatosi proprio a Venezia, dal
palco il curatore ha voluto ricordare il suo maestro, l’architetto
Francesco Venezia. Quella in mostra è una metodologia
di intervento che “può essere impiegata negli spazi pubblici e
nei luoghi in cui le persone devono vivere e lavorare all’aperto in
condizioni di calore estremo. Il padiglione utilizza metodi
tradizionali di raffreddamento passivo tipici della regione, che
richiamano le torri del vento e i cortili
ombreggiati”, indica la giuria composta da Hans
Ulrich Obrist (presidente, Svizzera), Paola Antonelli (Italia) e
Mpho Matsipa (Sudafrica).
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/ 6Pavilion of BAHRAIN (KINGDOM OF), Heatwave. Foto Andrea
Avezzù Courtesy La Biennale di Venezia2
/ 6Pavilion of BAHRAIN (KINGDOM OF), Heatwave. Foto Andrea
Avezzù Courtesy La Biennale di Venezia3
/ 6Pavilion of BAHRAIN (KINGDOM OF), Heatwave. Foto Andrea
Avezzù Courtesy La Biennale di Venezia4
/ 6Pavilion of BAHRAIN (KINGDOM OF), Heatwave. Foto Andrea
Avezzù Courtesy La Biennale di Venezia5
/ 6Pavilion of BAHRAIN (KINGDOM OF), Heatwave. Foto Andrea
Avezzù Courtesy La Biennale di Venezia6
/ 6Pavilion of BAHRAIN (KINGDOM OF), Heatwave. Foto Andrea
Avezzù Courtesy La Biennale di Venezia
Il Leone d’Oro al laboratorio per
preparare il caffè con l’acqua della laguna di Venezia
“Volevamo portare consapevolezza sull’acqua, senza
essere troppo didattici”, racconta un’emozionatissima
Elizabeth Diller spiegando il progetto
Canal cafè con cui si è aggiudicata il Leone d’Oro per la
miglior partecipazione alla mostra Intelligens. Naturale.
Artificiale. Collettiva. A svilupparlo, oltre al suo studio –
Diller Scofidio + Renfro – anche Natural
Systems Utilities, SODAI, Aaron Betsky e lo chef italiano Davide
Oldani. Risale al 2008, anno della Biennale Architettura
Out There. Architecture Beyond Building curata proprio da
Betsky, l’avvio dell’iter del progetto premiato, approdato infine
alla Biennale di Ratti nella forma di un bar-laboratorio in
cui il caffè si prepara con l’acqua purificata della laguna di
Venezia. Secondo la motivazione si tratta della
“dimostrazione di come la città di Venezia possa fungere da
laboratorio per immaginare nuovi modi di vivere sull’acqua,
offrendo al contempo un contributo concreto allo spazio pubblico
veneziano. Il progetto invita inoltre a future riflessioni
speculative sulla laguna e su altre lagune. Rappresenta anche una
traiettoria parallela significativa nella pratica di DS+R sin dagli
inizi, una traiettoria ricca di sperimentazione
transdisciplinare”. Immancabile un tributo all’architetto
RicardoScofidio, compagno di
vita e nella professione di Diller, recentemente scomparso.
Canal Café, Photo by Andrea
Avezzù Courtesy of La Biennale di Venezia
Il premio alla partecipazione
promettente della Mostra Internazionale Intelligens. Naturale.
Artificiale. Collettiva
È un appello a non collaborare con i regimi
oppressivi che, ovunque nel mondo, limitano ogni forma di
libertà quello rivolto agli architetti internazionali dal docente
serbo Vladan Joler, che con la ricercatrice
statunitense Kate Crawford firma Calculation Empires: A
Genealogy of Technology and Power Since 1500. Al progetto, tra
i primi esposti alle Corderie dell’Arsenale, va il Leone d’Argento
per una promettente partecipazione. Ai suoi autori, i giurati
riconoscono di aver reso “visibile
l’invisibile, attraversando lo spazio e il tempo. Questo
manifesto visivo di grande formato illustra come le infrastrutture
digitali e sociali si siano sviluppate in modo interdipendente nel
corso dei secoli. Oggi più che mai è essenziale comprendere gli
intrecci tra potere e tecnologia—colonialismo, militarizzazione,
automazione e recinzione. L’opera offre una profonda genealogia
della tecnologia contemporanea. Questo straordinario diagramma si
configura come uno strumento per decifrare il presente e immaginare
futuri alternativi”.
Padiglione della Santa Sede,
Opera Aperta, installation view. Photo Marco
Cremascoli
Le quattro menzioni speciali della
Biennale Architettura 2025
Generosa in termini di riconoscimenti, la giuria ha infine
scelto di attribuire tutte le possibili menzioni. Di conseguenza la
Santa Sede e la Gran Bretagna vengono segnalate tra le migliori
partecipazioni nazionali. In particolare, secondo la commissione,
il Padiglione Opera Aperta presentato
della Santa Sede – eredità di Papa Francesco, di cui ora raccoglie
simbolicamente il testimone il pontefice eletto proprio nei giorni
dell’anteprima della Biennale Architettura 2025 – “invita il
visitatore a partecipare alla produzione di significato. Questa
menzione speciale riconosce la creazione di uno spazio di scambio,
negoziati e riparazione. “Opera aperta” ridarà vita a una chiesa
sconsacrata esistente, con un processo di restauro che avverrà su
diversi livelli e coinvolgerà un’ampia gamma di competenze e
mestieri”. Alla Gran Bretagna va il merito di aver promosso
“un dialogo tra il Regno Unito e il Kenya sul tema
della riparazione e del rinnovamento. Il Padiglione rivela
un’architettura definita dall’estrazione, che genera disuguaglianze
e degrado ambientale. La Giuria rileva il tentativo di immaginare
una nuova relazione tra architettura e geologia. La Giuria segnala
inoltre il programma Venice Fellowship come un’iniziativa
significativa di scambio di conoscenze tra i tre Paesi: Venezia,
Unito e Kenya”.
Dai mattoni in sterco di elefante
delle Thailandia ai rifiuti in Lagos
Con riferimento quindi alla mostra curata da Carlo Ratti, le
menzioni speciali sono state riconosciute ad
Alternative Urbanism: The Self-Organized Markets of
Lagos dell’architetta nigeriana Tosin
Oshinowo, per il suo focus sui mercati di trattamento dei
rifiuti dell’economia industrializzata, e alla scenografica
Elephant Chapel di Boonserm
Premthada. L’architetto tailandese è artefice di “una
struttura in mattoni durevoli utilizzando biomateriali”, a
partire dallo sterco di elefante, “per ridurre al minimo l’uso
di altri materiali, in un approccio profondamente integrato con
l’ambiente”. Prima della versione esposta a Venezia, nel Paese
natale del progettista è stato completato il santuario all’aperto
Elephant World realizzato con la medesima tecnica. Valentina Silvestrini
“Per chi è privilegiato, l’uguaglianza sembra
un’oppressione”. È difficile trovare l’autrice o
autore dalla cui penna è nata questa frase: ciò che è certo è che
da diversi anni è stata incorporata nell’armamentario dei netizen
in risposta a chi denuncia la presunte ingiustizie scaturite dalle
battaglie sociali. Per contrastare, per esempio, la fantomatica
dittatura del politicamente corretto, e tutte le campagne per i
diritti delle donne, delle persone razzializzate e della comunità
LGBTQIA+, l’esercito dei più o meno privilegiati inventa (a volte
fino a crederci) condizioni di oppressione, generando un’ondata di
reazione che priva le categorie realmente oppresse delle proprie
conquiste: è il caso della sentenza della Corte Suprema scozzese
dello scorso 16 aprile, secondo cui il termine “donna” si riferisce
unicamente alle persone di sesso femminile, per proteggere (su
spinta di personalità come l’autrice J.K.Rowling) dalla presunta
minaccia delle donne trans negli spazi e nele cariche pubbliche. E,
sempre dal Regno Unito, è il caso di una nuova casa
editrice indipendente che si concentrerà (per lo meno all’inizio)
solo sugli scrittori maschi.
La Conduit Books e gli uomini che
vengono “ignorati”
Fondata dall’autore e critico britannico JudeCook, la Conduit Books
pubblicherà narrativa letteraria e memoir “concentrandosi
inizialmente su autori maschi“. Per dare spazio, dice lo
stesso Cook al Guardian, “alla narrativa ambiziosa,
divertente, politica e intellettuale scritta da uominiche viene ignorata”.
L’offesa imperdonabile, comune peraltro a molti casi di aggressioni
e femminicidi, è quella di “ignorare gli uomini”: un concetto che
si collega direttamente alla tanto decantata male
loneliness epidemic, che se per gli uomini è un giusto
allarme del crescere della propria solitudine, per molte donne è la
naturale conseguenza dell’innalzamento dei propri standard.
La letteratura, da mondo di soli
uomini a mondo di sole donne?
Sempre al Guardian, Cook ha detto che il panorama
editoriale è cambiato drasticamente negli ultimi 15 anni: in
reazione alla “tossica scena letteraria prevalentemente
maschile degli Anni ’80, ’90 e 2000” è nato un nuovo contesto
in cui “l’entusiasmo e l’energia per la narrativa nuova
e avventurosa ruotano attorno alle autrici, e
questo è un correttivo tempestivo e opportuno”. Un correttivo
che però viene interpretato come non più necessario, come già in
tanti argomenti sul patriarcato e le quote rosa, perché il
riequilibrio delle voci viene percepito come a “esclusivo”
beneficio delle autrici.
Se è vero che nella rosa dei finalisti del celebre Booker Prize
2024 (poi vinto da Samantha Harvey con Orbital) c’erano
cinque donne e un uomo, è anche vero che nella lista del 2023
c’erano più persone di nome Paul che donne (vincitore incluso); per
l’Italia, le candidature allo Strega 2025 sono 7 uomini contro 5
donne, e l’ultima vittoria, nel 2024, è di Donatella di
Pietrantonio con L’età fragile: certo, poco prima che le
fosse assegnato il riconoscimento, il pluripremiato autore
Walter Siti non si faceva problemi a dire a
Rivista Studio che “mi dicono che vincerà una donna, e
sarà così per ancora due o tre anni, e poi finito un ciclo si
tornerà a un regime normale”. Che siano già arrivati, oltre
Manica, a questo “regime normale”? Secondo Cook, è un
problema di commissioni: all’estero, gran parte degli editor sono
donne (in Italia si attesta poco sopra il 20%), motivo per cui
secondo lui le editor di sua conoscenza sarebbero
“entusiaste” della sua proposta.
Risolvere la mascolinità tossica con
gli autori maschili: l’ipotesi
“Questa nuova generazione di giovani autrici, guidata da
Sally Rooney e colleghi”, continua Cook, “ha
inaugurato una rinascita per la narrativa femminile, creando una
situazione in cui le storie di nuovi autori maschi vengono spesso
trascurate,con la percezione che la voce maschile
sia problematica”. Queste “narrazioni
trascurate”, ha aggiunto, potrebbero affrontare temi come la
paternità, la mascolinità, le esperienze maschili della classe
operaia, il sesso e le relazioni, sottolineando che – anche a
margine della popolare serie Netflix Adolescence sulla manosfera –
“l’argomento di ciò che leggono i giovani uomini è diventato di
fondamentale importanza”. Come a dire che, visto che
gli uomini ascoltano solo gli altri uomini, tanto vale pubblicarne
di più e sperare che qualcosa arrivi a destinazione. Poco
male che gli uomini siano una percentuale minoritaria di chi
acquista e legge libri, e che viceversa le donne siano più che
abituate a leggere a scuola e a casa testi scritti da uomini.
Ora la casa editrice – che sul suo sito si definisce “Ambiziosa.
Umoristica. Politica. Intellettuale”- è alla ricerca di
un libro con cui avviare l’attività, con candidature aperte per
tutto il mese di maggio, per arrivare a pubblicare tre romanzi (o
anche raccolte di racconti o memorie) all’anno dalla primavera
2026. Cook, recensore anche per il Guardian stesso e
autore dei libri Byron Easy e Jacob’s Advice, ha
detto infine che Conduit Books “non cerca una posizione
conflittuale […] né cerca di escludere scrittori di colore, o
autori queer, non binari e neurodivergenti“. Cerca
solo di non dargli visibilità. Giulia Giaume
Lottozero è un centro sperimentale per l’arte,
il design e la cultura tessile
contemporanea, fondato a Prato nel 2016 dalle sorelle
Tessa e Arianna Moroder. L’una economista, l’altra
designer tessile, hanno dato vita a questo progetto trasformando
l’ex magazzino del nonno – un tempo deposito per alimentari e
bevande – in uno spazio creativo a vocazione internazionale.
L’incontro con Alessandra Tempesti, attuale curatrice, ha
arricchito Lottozero di una dimensione curatoriale che oggi è
centrale. Sin dall’inizio, il progetto ha coniugato ricerca
artistica, produzione tessile e formazione, contribuendo a
rivitalizzare uno dei distretti produttivi più significativi
d’Europa. Qui convergono artisti, designer, artigiani, studiosi e
aziende, attratti da una piattaforma viva e in costante
trasformazione, dove i saperi antichi artigianali e l’innovazione
tecnologica convivono con visioni contemporanee e pratiche
sostenibili. È anche l’unico luogo in Italia a mettere a
disposizione il telaio jacquard digitale TC2 – uno
strumento unico, capace di fondere la programmazione digitale con
la tessitura manuale – e si prepara a lanciare una novità assoluta:
una biblioteca digitale di materiali, il Lottozero Textile
Explorer, pensata per rendere accessibili online i
materiali, le ricerche e le sperimentazioni sviluppate nel tempo. A
rendere tutto questo possibile è un team interamente femminile,
organizzato come cooperativa sociale: una scelta non solo giuridica
ma profondamente valoriale, che garantisce autonomia, rispetto e
orizzontalità nelle decisioni. Da Lottozero, ogni area – dal
tessile all’arte contemporanea, dalla moda sostenibile ai servizi
di consulenza – si nutre di un approccio multidisciplinare, aperto
e dialogico, che unisce il radicamento locale a una forte
dimensione internazionale.
Intervista a Tessa Moroder, Arianna
Moroder e Alessandra Tempesti di Lottozero
Il più grande distretto tessile d’Europa, Prato, unisce
una forte identità locale con una proiezione internazionale. Anche
la vostra realtà sembra muoversi su questo doppio binario: in che
modo vivete questo equilibrio tra il legame con il territorio e
l’apertura al mondo?
La realtà di Prato è davvero affascinante, una città di medie
dimensioni con un centro storico piccolissimo, eppure da sempre
molto aperta al commercio internazionale. Basta visitare il Museo
del Tessuto per rendersene conto: ci sono lettere e documenti di
Francesco Datini, figura storica centrale, che già nel Medioevo aveva contatti d’affari
in tutto il mondo conosciuto dell’epoca. Questo slancio
internazionale è sempre rimasto: le aziende del distretto hanno
tuttora clienti ovunque, dai mercati europei agli asiatici. A
volte, se parli con qualcuno all’estero che non è del settore, devi
dire “Prato, vicino a Firenze”. Ma quando parli con chi lavora nel
tessile, basta dire Prato che tutti lo conoscono. Eppure, allo
stesso tempo, qui si vive in modo molto locale, tranquillo. È
proprio questa combinazione tra un forte legame col territorio e
una rete di contatti internazionale che ci rappresenta come
Lottozero.
Quando leggo le vostre attività, percepisco sempre
questo doppio respiro: di un luogo contenuto negli spazi, ma
connesso al mondo.
Credo sia qualcosa che deriva direttamente dalla natura del settore
tessile: è enorme, ma anche molto close-knit, cioè molto
interconnesso. Le persone si conoscono, le reti sono forti. Quando
arrivano i designer da fuori, ci vuole pochissimo per trovare
conoscenze in comune. Non servono sei gradi di separazione: è una
vera community. Per tanto tempo abbiamo avuto un po’ la sensazione
del Nemo propheta in patria. L’interesse per le nostre
attività è arrivato prima dall’estero, anche prima che
realizzassimo concretamente certi progetti. Ma negli ultimi anni
anche la comunità locale si è avvicinata molto di più e oggi c’è
sicuramente più attenzione anche in Italia. Probabilmente
all’estero suscitiamo maggiore interesse anche perché il modello
dei distretti produttivi è tipicamente italiano. Qui ci sono ancora
circa 7mila aziende attive nel tessile: è qualcosa che affascina
moltissimo chi viene da fuori e scopre questo nostro
ecosistema.
Quindi il dialogo con l’estero è una vostra esigenza,
una vocazione del territorio, o qualcosa che si è sviluppato nel
tempo?
Credo che il dialogo con l’estero nasca proprio dalla natura ibrida
del nostro spazio. Questa identità non definita in modo rigido ha
creato, all’inizio, un po’ di confusione. Quando siamo nati nel
2016, in Europa stava emergendo, appena, il concetto di Creative
Hub. Oggi ci sembra un termine comune, ma allora era del tutto
nuovo. Quando cercavamo di spiegare cosa facessimo, ci sentivamo
spesso fraintese, venivamo etichettate come co-working, studio,
laboratorio, makerspace. La verità è che eravamo – e siamo – un po’
tutto questo, ma anche qualcosa di più, qualcosa di ancora diverso.
Per chiarirci le idee, prima di iniziare ufficialmente Lottozero ho
fatto un viaggio di ricerca per vedere realtà simili in giro per
l’Europa. All’epoca, parliamo del 2015, ne ho visitate quattro:
erano letteralmente le uniche che si potevano definire in qualche
modo creative hub.
Questo ci ha fatto capire che stavamo creando qualcosa di nuovo non
solo a Prato, ma in un contesto europeo ancora in evoluzione, dove
il concetto di creative hub era ancora embrionale. Oggi lo scenario
è molto cambiato. Col tempo, questo ci ha anche riportati alla
dimensione locale. Ora abbiamo una rete ampissima di stakeholder e
partner sul territorio: istituzioni, aziende, realtà
culturali.
Le attività di Lottozero
Invece le collaborazioni che hanno dato vita a Textile
Culture Net, come nascono e come si sviluppano?
Textile Culture Net è un progetto nato nel 2020, una rete
internazionale che coinvolge, oltre a noi di Lottozero, tre
importanti istituzioni dedicate al tessile: il Central Museum of
Textile di Łódź, in Polonia; il TextielMuseum di Tilburg, nei Paesi
Bassi; e il CHAT – Center for Heritage, Arts and Textile di Hong
Kong. Durante la pandemia è nata l’idea di connetterci per lavorare
insieme, condividere conoscenze, metodologie, artisti e progetti.
Da lì abbiamo iniziato a realizzare mostre digitali, pubblicate
esclusivamente su Instagram. Il formato era sintetico e immediato,
ma ci ha permesso di raggiungere un pubblico ampio e
internazionale. È stato anche un esperimento curatoriale
interessante: riuscire a comunicare contenuti di arte contemporanea
attraverso una piattaforma pensata per l’uso quotidiano e veloce.
Abbiamo lavorato con guest curator provenienti da tutto il mondo,
il che ha reso l’esperienza ancora più ricca. Gli artisti coinvolti
hanno proposto approcci legati ai loro contesti culturali di
origine, creando uno scambio sia dal punto di vista artistico che
curatoriale. Le mostre, infatti, sono sempre state co-curate tra
tutte le istituzioni della rete. E dopo quattro anni di attività su
Instagram, grazie a un bando europeo, siamo riuscite a raccogliere
tutto il materiale in una pubblicazione cartacea: Textile
Culture Backup.
Come è strutturato il laboratorio di Lottozero? Quali
attrezzature e risorse mette a disposizione per artisti, designer e
ricercatori?
L’idea di Lottozero è sempre stata quella di offrire una varietà di
tecniche e strumenti, per permettere a tutti i nostri fruitori di
sperimentare, mescolare e innovare. Abbiamo strumenti per la
stampa, la tintura, il ricamo, la tessitura, la maglieria e, più
recentemente, anche per la agugliatura e l’infeltrimento. Ma siamo
costantemente alla ricerca di nuove tecniche e attrezzature per
arricchire il nostro laboratorio. Abbiamo introdotto un nuovo
strumento che è diventato tra i più ambiti e richiesti: il telaio
TC2, che siamo orgogliosi di essere l’unica realtà in Italia a
possedere e mettere a disposizione, finanziato grazie alle risorse
Next Generation EU del PNRR Cultura. È un telaio jacquard digitale,
come quelli presenti nell’industria tessile, che combina la
complessità della programmazione digitale con la manualità della
tessitura a mano, creando tessuti di alta qualità in piccole
quantità. Il connubio di uno strumento artigianale, ma con la
potenza e la flessibilità della tecnologia digitale, permette un
approccio completamente innovativo alla prototipazione. Ma la vera
forza sta nelle persone che lavorano qui, nelle competenze che
ognuno porta e nell’expertise che abbiamo sviluppato negli anni.
Novità inedite?
Stiamo per lanciare una novità importante il mese prossimo e questa
è la prima volta che lo rendiamo pubblico: la nostra biblioteca
digitale di materiali, Lottozero Textile Explorer. Si tratta di una
risorsa online che renderà disponibili i materiali che abbiamo
raccolto, insieme a tutti i progetti e le innovazioni che abbiamo
sviluppato. Non solo designer, ma anche artisti e ricercatori
potranno creare mood board, lookbook e visualizzazioni dei
materiali. Sarà uno strumento prezioso e innovativo che, speriamo,
contribuirà a stimolare ancora più creatività. L’accesso alle
risorse di Lottozero diventa così più semplice e
fruibile.
Le residenze d’artista di Lottozero a
Prato
Come avviene la selezione dei partecipanti alle
residenze? Avete un focus su giovani emergenti, oppure vi interessa
il dialogo intergenerazionale?
Le residenze a invito sono una parte più piccola rispetto al nostro
programma a pagamento e sono direttamente collegate ai bandi che
riusciamo a vincere. In questi casi cerchiamo sempre di costruire
dei macro-programmi tematici, che ci permettono di pianificare una
programmazione annuale – o a volte biennale – intorno a un tema o a
una tecnica specifica. Per esempio, lo scorso anno abbiamo lavorato
sulla tessitura, anche in relazione all’acquisto del telaio TC2, e
abbiamo strutturato un programma che metteva in dialogo artiste di
generazioni diverse. Per noi, infatti, il dialogo
intergenerazionale è molto importante, soprattutto in un ambito
come quello tessile dove la trasmissione di saperi è centrale. Il
programma si è concluso con la partecipazione di Graziella
Guidotti, artista e designer quasi novantenne, che in passato era
stata l’insegnante della giovane artista fiorentina con cui avevamo
iniziato il ciclo. È stato molto significativo far emergere questo
passaggio di testimone.
Quali criteri privilegiate?
Privilegiamo la ricerca artistica e la poetica individuale: non ci
identifichiamo con ciò che comunemente viene chiamato fiber
art, ma guardiamo piuttosto all’arte contemporanea che
utilizza il tessile come mezzo espressivo. Cerchiamo voci
autentiche, linguaggi ibridi, approcci sperimentali e siamo molto
aperte nelle modalità espressive. Detto questo, i bandi pubblici
impongono spesso dei limiti anagrafici, come l’obbligo di
coinvolgere artisti under 35, e questo condiziona parte della
selezione. È un vincolo che ha senso – perché i giovani hanno meno
opportunità – ma allo stesso tempo ci piace mantenere una visione
ampia e inclusiva.
Accanto a sponsor come EWO, Grohe, Artemide, vi
sostenete anche attraverso bandi europei e crowdfunding. Come
riuscite a curare anche questo aspetto
complesso?
Circa la metà delle nostre entrate annuali proviene da fondi
pubblici europei, quindi per noi è un aspetto centrale. I bandi
europei che gestiamo più frequentemente sono quelli del programma
Erasmus+, dedicati alla formazione, un ambito che ci appartiene
profondamente: quasi tutte le persone del team di Lottozero
insegnano in accademie o università e la dimensione educativa è
fortemente integrata nelle nostre attività quotidiane, dai workshop
alle residenze. Al momento stiamo lavorando su quattro progetti
Erasmus+ attivi, con un quinto in partenza. Tutti questi percorsi
formativi sono accessibili gratuitamente online sul nostro sito.
Team Lottozero ph Toast
Studio. Courtesy Lottozero
La composizione e il lavoro di
Lottozero
Che forma giuridica ha Lottozero? Com’è organizzato il
vostro team?
Lottozero è una cooperativa sociale – e per noi è una scelta non
solo formale ma profondamente valoriale. Crediamo molto nella forma
dell’impresa sociale, sia in termini di contenuti, per ciò che
facciamo quotidianamente, sia per come siamo organizzate
internamente. In linea di principio, tutte le persone che lavorano
con noi da un certo periodo di tempo – e quindi mostrano un impegno
reale nel progetto – possono diventare socie. Il nostro team è
organizzato in modo orizzontale, non gerarchico. Ognuna ha un’area
di competenza ben definita e autonomia nelle decisioni quotidiane
che riguardano il proprio ambito. Per le scelte più importanti,
ovviamente, ci confrontiamo tutte insieme. Ma, ad esempio, se
Alessandra decide di portare avanti un progetto di arte
contemporanea – che è la sua area – si fa. Questa struttura ci
permette di lavorare in modo snello, rispettando le professionalità
di ognuna.
Per quanto riguarda il lavoro di consulenza, i vostri
clienti sono più spesso aziende, designer indipendenti o
artisti?
I nostri clienti sono davvero un mix molto variegato. Offriamo
servizi altamente personalizzati, su misura, e questo ci permette
di adattarci alle richieste più disparate: lavoriamo con artisti,
designer indipendenti, piccoli brand, ricercatrici, studenti –
anche solo per una tesi o un progetto di ricerca – istituzioni,
aziende, architetti… ormai sempre più professionisti che provengono
da ambiti distanti tra loro. La nostra expertise sta proprio nella
capacità di leggere le richieste in modo trasversale e trovare
soluzioni su misura. Una strada complessa ma anche quella che ci
stimola di più. Oggi comunicare questa eterogeneità è più facile,
ma all’inizio non era affatto scontato: ci voleva un po’ per far
capire chi eravamo e cosa potevamo offrire.
Capisco, è tipico quando si crea qualcosa di nuovo e non
immediatamente etichettabile…
Esatto! Il solo fatto di essere una cooperativa sociale non profit
e chiedere un compenso per i nostri servizi all’inizio era
difficile da far capire. Oggi il concetto di impresa sociale è più
diffuso, c’è stata la riforma del Terzo Settore, ma quando siamo
nate – nel 2016 – non era affatto scontato.
Lottozero: spazi espositivi, progetti
di ricerca e sguardi retrospettivi
Quando nasce lo spazio espositivo The Kunsthalle? E come
si integra con le altre attività?
The Kunsthalle è nata praticamente fin da subito, tanto che
l’inaugurazione di Lottozero è stata proprio una grande mostra
collettiva che ha occupato tutto lo spazio, non solo l’area
espositiva ufficiale. Nei primi anni, anzi, è stato proprio
l’ambito artistico a essere il più visibile e attivo, mentre tutte
le altre aree — come i servizi e le consulenze — si sono
strutturate successivamente. Nel tempo abbiamo scelto
consapevolmente di lavorare su tre assi principali: il design
tessile, l’arte contemporanea — con particolare attenzione ai
linguaggi tessili — e la moda sostenibile. Questi tre ambiti
definiscono da sempre il nostro campo d’azione e si contaminano tra
loro, generando progetti e collaborazioni trasversali.
Come nasce il Circular Wool Lab?
Il Circular Wool Lab è uno dei nostri primi progetti di ricerca e
sviluppo sulle materie prime, nato praticamente insieme a Lottozero
e ancora in attività. Fin dall’inizio ci siamo imbattute nel tema
della lana rustica, ovvero quella prodotta da pecore allevate per
l’industria alimentare e non per la qualità del vello. Si tratta di
una fibra considerata di scarto, che spesso viene bruciata o
smaltita in modo problematico. Abbiamo scoperto che qui in Toscana
questo tipo di lana è molto diffuso e abbiamo voluto capire se
fosse possibile valorizzarla e reintegrarla nella produzione
tessile, sfruttando la filiera e il know-how del distretto pratese.
Il nostro obiettivo è stato quello di creare un processo locale e
sostenibile, orientato in particolare alla produzione di tessuti
per l’arredamento, più che per l’abbigliamento. Negli anni il
progetto si è evoluto, ha attratto artisti e designer e si è
arricchito di collaborazioni.
In che modo?
Si tratta di un tavolo di lavoro continuo: una risorsa attiva e
disponibile, con materiali e competenze che vengono messi a
disposizione di chi vuole lavorare con questo tipo di fibre. È un
progetto che racconta molto bene il nostro approccio, dove la
ricerca, la sostenibilità e il legame con il territorio si
intrecciano con creatività e sperimentazione. Negli anni la
composizione del pubblico è cambiata: se all’inizio erano
soprattutto persone che venivano da fuori Prato, ora siamo riuscite
a costruire un radicamento maggiore anche sul territorio. Sempre
più persone locali partecipano ai nostri workshop, visitano le
mostre e iniziano a conoscere da vicino il nostro lavoro.
Com’è cambiata in questi 9 anni la percezione
dell’identità ibrida di Lottozero?
Dieci anni fa era quasi un ostacolo. Ci dicevano che eravamo troppo
arte per parlare di sostenibilità, troppo moda per lavorare con gli
artisti. Non eravamo mai abbastanza niente. Sembrava che passassimo
sempre negli spazi tra le categorie esistenti, ed era difficile
anche trovare bandi o contesti che ci includessero pienamente. Solo
da pochi anni il nostro approccio viene riconosciuto per il valore
che ha e oggi questa molteplicità è percepita come un punto di
forza ed è una grande soddisfazione. Ora sono gli artisti a
cercarci, perché vedono in Lottozero un luogo unico dove la
dimensione tecnica e quella poetica si incontrano. Ed il fatto di
essere dentro un distretto produttivo tessile così vivo, ci
consente di creare veri ponti tra creatività e manifattura, tra
sperimentazione e filiera. Abbiamo costruito nel tempo una linea
curatoriale chiara, aperta a tutti i linguaggi del contemporaneo,
in cui il tessile è sempre presente ma mai in modo univoco o
didascalico. È un mezzo, non un fine.
Forse non è soltanto per farsi fare compagnia che molte grandi
personalità implicate con l’arte, da Peggy Guggenheim a Donna
Haraway, hanno vissuto in simbiosi con i loro cani. Dagli animali
pare arrivare un surplus di intelligenza, sotto forma di intuito,
allargamento della sfera sensoriale e memoria a lungo termine, che
serve a chi non si basi solamente su decisioni razionali.
L’intelligenza non è solo prerogativa
umana
In realtà sono anni che il mondo scientifico cerca di indagare
non solo l’intelligenza animale, ma anche quella
vegetale. Diversa dalla nostra, ma simile per
alcuni parametri. Così vale la pena di leggere Botanical
Revolutions: How Plants Changed the Course of Art di
Giovanni Aloi, uscito nel 2025 da Getty Publications, mentre
aspettiamo il catalogo di mostre, lezioni e performance curato
da Lucia Pietroiusti e Filipa Ramos e intitolato The Shape
of a Circle in the Mind of a Fish, atteso per il prossimo
settembre da Hatje Cantz. Nel frattempo, possiamo leggere i testi
di Joan Jonas
in Moving Off The Lands, dove l’artista americana
racconta insieme a Ute Meta Bauer il suo rapporto con l’Oceano e le
creature sorprendenti che lo popolano: pesci che salutano, forse
sirene, forse mostri. Ma sempre entità capaci di comprendere e di
reagire. È il risultato della sua serie di performance create dopo
immersioni nei mari orientali, che ha filmato e commenta con il suo
corpo e con quello del suo barboncino, un coautore inseparabile
nella vita e nell’arte. Quello che rende interessanti questi volumi
non è il semplice rapporto natura/cultura e il riconoscimento della
dignità dovuto a ogni essere vivente, ma proprio alcune prove di
una capacità di intelligere che non avremmo
sospettato e che le osservazioni in laboratorio stanno
confermando.
Alcuni esempi dell’intelligenza
animale e vegetale
È noto, per esempio, che le piante mostrano comportamenti
compatibili con la definizione di intelligenza quali
l’adattabilità, l’apprendimento, la memoria, la capacità di reagire
a possibili traumi prevedendoli e cambiando le loro linee di
crescita. È vero che non hanno un sistema nervoso, ma comunicano
tra loro attraverso impulsi elettrici e sostanze chimiche
soprattutto a livello delle radici. Percepiscono errori e si
correggono, si adattano e dimostrano nei loro comportamenti
uno scopo che perseguono in modo spesso sofisticato, soprattutto in
ambienti complessi. Stupiscono anche i pesci, che hanno
mostrato di sapere approfittare dell’esperienza e quindi di avere
memoria; se lo studio avviene in acquari abbastanza grandi,
dimostrano anche di sapere mettere in fila serie lunghe di atti
concatenati e rivolti a un certo obiettivo. La capacità dei polpi
di giocare, risolvere puzzles, rubare, uscire dall’acquario anche
di fronte a serrature complicate, accorgersi se sono osservati e
nascondersi modificando la propria forma, il proprio colore e anche
la loro dimensione, è del tutto stupefacente: gli studiosi
asseriscono che solo la brevità della loro vita impedisce loro di
diventare dei veri sapienti, in quanto non hanno il tempo – ma ne
avrebbero le capacità mnemoniche – per accumulare abbastanza
conoscenze. Il loro cervello è del resto difficile da
comparare al nostro, in quanto si dipana per tutto il
corpo, tentacoli inclusi, con un modello decentrato che può agire
senza un comando centrale.
Hubert Duprat, Cassé-Collé,
1991-94 – courtesy de l’artiste, Art Concept, Paris and Frac
Limousin, Limoges
Gli artisti e le intelligenze non
umane
Non si sa se possiamo chiamare intelligenza la capacità di
alcuni invertebrati di crearsi dei bozzoli usando perle, oro e
pietre preziose come ha dimostrato nelle sue opere Hubert
Duprat. Certamente, nella scala di una capacità di comprensione
anche empatica le scimmie sono le più evolute, anche rispetto ai
nostri amati cani e gatti. Ma il punto è che, dopo millenni di
osservazione senza mezzi, la scienza ci sta ora dimostrando che la
gerarchia aristotelica che umiliava vegetali e animali, negando
loro un’anima razionale, potrebbe essere sovvertita. Probabilmente
dovremmo guardare con occhio diverso anche le molte
opere create da artisti che vi hanno immesso entità
viventi da Joseph Beuys con suo coyote americano a Pierre
Huyghe, che ha accolto nel suo lavoro api, cani, pinguini,
pesci e molte specie vegetali; da Giuseppe
Penone, che da sempre sollecita le reazioni delle piante, quali
cicatrici o cambi forzati della crescita. Da Nomeda e Gediminas
Urbonas, che hanno impiegato per la loro Villa Lithuania dei
piccioni viaggiatori, fino ai microorganismi usati da Philippe
Parreno per guidare il movimento di grandi pannelli.
“Fare amicizia” con piante e
animali
Artisti come Pamela Rosenkranz, che ha attivato con feromoni
vegetali mucchi di sabbia diventati capaci di sollecitare anche in
noi reazioni di sottile agitazione, Alexandra Daisy Ginsberg, che
ha creato ambienti in cui piante e insetti intensificano la loro
dinamica, Michael Wang, che lavora sull’interazione di alghe,
muffe, insetti e bambù nelle sue paludi create artificialmente, non
stanno solamente giocando a salvare l’ecosistema con azioni prive
di efficacia, ma stanno anche cercando di capire quanto capiamo noi
dei viventi, e soprattutto quanto loro capiscano di
noi. Molto, per chiunque abbia provato a convivere con la
mente di una rosa o di un cavallo. Il prossimo capitolo sarà
comprendere se la parola ‘mente’ è davvero quella adatta per i
nostri compagni d’esistenza. Certo è che li anima qualcosa di
simile e con cui – una nuova generazione di artisti lo sta dicendo
a gran voce – dovremmo fare amicizia. Angela Vettese Libri consigliati:
Mentre il mondo sembra guardare da un’altra parte, con la
forbice tra super ricchi e poveri che si allarga sempre di più, nel
tempio del design milanese si sta per radunare una
comunità internazionale di progettisti, studiosi, artisti e
scienziati pronti a ragionare insieme sulle
disuguaglianze. Un tema che evoca immagini note a
tutti, per esempio quella del muro che in uno scatto di oltre
vent’anni fa del fotografo brasiliano Tuca Vieira separa una favela
di San Paolo da un quartiere di lussuosi condomini con piscine e
campi da tennis, ma è ben lontano da riassumersi in esse.
A pochi giorni dall’apertura dell’Esposizione
Internazionale organizzata da TriennaleMilano, la 24esima nella storia dell’istituzione e
la terza (e ultima, dice lui) della sua presidenza, Stefano
Boeri ci ha spiegato perché le disuguaglianze sono
dappertutto, nel senso che è impossibile interrogarsi
sulle grandi questioni del nostro tempo come il cambiamento
climatico o l’invecchiamento della popolazione senza considerare
gli squilibri di partenza e la distribuzione ineguale delle
risorse, e ci ha dato alcune anticipazioni sui contenuti delle
mostre.
L’intervista al presidente di
Triennale Milano Stefano Boeri
Partiamo dal tema: le disuguaglianze. Perché è
importante parlarne?
Viviamo in un mondo in cui le disuguaglianze non fanno che
accentuarsi: nella politica e nella geopolitica, nell’accesso ai
servizi, nella longevità. All’inizio del Novecento, per esempio,
l’aspettativa di vita media di un abitante della Terra era di 39
anni, oggi sono circa 73. Questo aumento è molto positivo, se
andiamo a vedere nel dettaglio però vediamo che questa aspettativa
raggiunge gli 89 anni a Montecarlo mentre si ferma a 52 anni in
Ciad. A Torino, c’è una differenza di circa 4 anni tra chi vive in
centro e in periferia: praticamente si guadagna o si perde un anno
ogni 600 metri. La questione legata alle disuguaglianze è
importantissima e secondo me sarà al centro di tutte le grandi
sfide dei prossimi anni, per questo è fondamentale analizzarla da
diverse prospettive. Come fa sempre Triennale, abbiamo scelto un
tema non tecnico, non disciplinare, e lo abbiamo guardato dai punti
di vista di diverse discipline tutte più o meno legate al progetto:
l’urbanistica, l’architettura, il design, la grafica, la sociologia
urbana, in alcuni casi anche la politica. In che modo questa edizione si pone in continuità con le
precedenti?
Questa è la terza Esposizione Internazionale che seguo e l’ultima
del mio mandato. Secondo me esiste una sequenza, una sorta di
trilogia. La prima, nel 2019, si intitolava Broken Nature ed era una riflessione su
come riparare i danni prodotti dall’uomo sull’ambiente. Tre anni
dopo, nel 2022, stavamo uscendo dal Covid e un microorganismo aveva
da poco modificato dall’interno la vita di tutti gli abitanti del
pianeta. Questa circostanza ci ha portati a ragionare sull’ignoto,
su “quello che sappiamo di non sapere” che è una delle traduzioni
possibili di Unknown Unknowns. C’era un discorso sulla
natura che è in noi e può manifestarsi in modo incredibile. Questa
terza esposizione è un passo ulteriore, perché se non guardiamo la
transizione ecologica dal punto di vista delle disuguaglianze
richiamo di fare più danni che passi in avanti. In che senso?
Sappiamo tutti che il 2 per cento dei gas a effetto serra emessi a
livello globale è prodotto dai paesi poveri, mentre il 10% più
ricco della popolazione mondiale è responsabile quasi della metà
delle emissioni. Se ne è parlato molto nelle ultime COP sui
cambiamenti climatici perché i paesi meno sviluppati, che sono
anche le prime vittime delle catastrofi naturali, hanno chiesto a
quelli più ricchi di assumersi delle responsabilità. Ma c’è anche
la questione legata alla mobilità: se pensiamo di ridurre l’uso
delle automobili, per esempio, dobbiamo pensare alle disuguaglianze
che ci sono sul territorio, al fatto che chi abita accanto a una
fermata della metropolitana avrà meno disagi rispetto a chi vive in
un quartiere periferico poco servito dai mezzi pubblici. Il rischio
è di portare svantaggi a chi ne ha già alimentando nuove
disuguaglianze. E la transizione ecologica deve diventare un
movimento dal basso, una grande cultura diffusa, altrimenti è
destinata al fallimento.
Una riflessione su Milano nella
24esima Esposizione Internazionale
In questa esposizione, rispetto alle precedenti, ci sarà
molta più Milano. Tutte le università cittadine hanno dato il loro
contributo alla preparazione delle mostre, inoltre ci sarà una
riflessione a più livelli sulla città. Quali sono le “ingiustizie
della porta accanto”?
Con il Social Inclusion Lab della Bocconi, in particolare, e con
Seble Woldeghiorghis (sociologa e consulente sulle politiche
sociali, n.d.r.), abbiamo lavorato sui paradossi milanesi grazie
anche all’intervento di un gruppo di artisti della comunità nera.
Il più importante è che Milano è una città molto attrattiva,
soprattutto per la gioventù internazionale, ma decisamente poco
inclusiva e capace di dare un futuro ai giovani che attrae una
volta che questi hanno finito il loro percorso di studi. C’è una
grande differenza tra capacità di attrazione e capacità di
inclusione. Il percorso dell’esposizione ruoterà intorno a due
dimensioni principali, la geopolitica e la biopolitica. La seconda
è meno ovvia e più difficile da afferrare, di che cosa si
tratta?
Al piano terra la grande questione sarà quella della geopolitica.
Si parlerà di città, di paesi, di imperi con un’installazione di
Maurizio Molinari, di alcune situazioni estreme di disagio urbano
con Norman Foster. Salendo al primo piano il tema centrale diventa
il rapporto tra disuguaglianze e differenze. Noi nasciamo tutti
diversi uno dall’altro: per genetica, per identità culturale e
religiosa, per le nostre relazioni familiari e il contesto in cui
veniamo al mondo. Spesso però queste differenze, invece di essere
delle risorse o degli elementi che possiamo cambiare nel corso
della nostra vita, diventano degli ostacoli. In questa sezione
troveremo il lavoro di Telmo Pievani sulla biodiversità, la mostra
curata da Nic Palmarini e Marco Sammicheli sull’invecchiamento, la
straordinaria esplorazione della moltitudine batterica da cui siamo
composti di Mark Wigley e Beatriz Colomina. I batteri ci
caratterizzano e ci differenziano più del DNA ed è ora che
l’archittettura cominci a guardare a loro in maniera diversa, con
la consapevolezza che sono una ricchezza e ci aiutano a vivere
meglio. La longevità è un tema che ritorna a più riprese. Può
anticiparci qualcosa su “The Republic of Longevity”, la mostra
curata da Sammicheli e Palmarini?
Nic Palmarini è una figura molto interessante, è il responsabile
delle politiche sulla longevity del municipio di Londra ma anche un
giornalista e un divulgatore. La sua idea è stata di creare cinque
stazioni che corrispondono ad altrettanti “ministeri della
longevità” in grado di orientare gli stili di vita verso un
invecchiamento in salute. Uno di questi riguarda il sonno.
Un’anticipazione: stiamo lavorando con fuse*, un gruppo
straordinario di scienziati e artisti che lavora con l’intelligenza
artificiale, alla creazione di una banca dei sogni, il primo passo
verso l’apertura di un museo dei sogni in Triennale.
Tornando alla geopolitica, affronterete anche uno dei
temi più caldi dell’attualità, cioè il conflitto in corso a
Gaza.
Sì, in due lavori diversi. Il primo, sullo Scalone d’Onore, è
un’installazione di grande impatto curata da
Filippo Teoldi con Midori Hasuike che mette in
scena un diagramma con il numero di vittime stimato in ognuno dei
471 giorni trascorsi dal 7 ottobre 2023 al cessate il fuoco del 19
gennaio 2025, rappresentati attraverso delle strisce di stoffa
rosse che cadono dal soffitto. Ci sarà anche una parte con la
ricostruzione satellitare di una serie di messaggi d’amore inviati
qualche settimana prima dello scoppio del conflitto da luoghi che
sono stati rasi al suolo. Si parla di geopolitica ma in un certo
senso anche di biopolitica perché sono sempre i corpi delle
persone, i loro sogni e i loro desideri a essere compromessi dalla
guerra. E poi ci sarà un cortometraggio realizzato da uni dei più
grandi registi della contemporaneità, Amos Gitai, una ripresa di un
testo biblico del profeta Amos che in qualche modo sembra mettere
in scena la situazione attuale. Si troverà al piano terra, accanto
al racconto del rogo della Grenfell Tower di Londra, una tipica
storia di disuguaglianze visto che i 72 morti nell’incendio erano
rappresentativi di tutte le minoranze londinesi. Come hanno recepito il tema i Paesi ospiti?
In modo molto variegato. Quasi tutti si sono focalizzati sul tema
delle città: il padiglione cinese, per esempio, che sarà molto
grande, sarà tutto dedicato alle disuguaglianze nelle politiche
urbane e metropolitane. Il Togo ha scelto di costruire una grande
muraglia di jeans sgualciti che ricorda lo sfruttamento della
manodopera dei paesi africani e asiatici da parte delle case di
moda. Il padiglione delle comunità Rom e Sinti lavora sulla
questione dell’isolamento. C’è una grande varietà di sguardi, che è
proprio quello che di solito rende le partecipazioni internazionali
così affascinanti.
Ipotesi e spunti: il lascito della
Triennale di Milano
Nelle vostre intenzioni, con che tipo di bagaglio
dovrebbe uscire il visitatore?
Non dovrebbe uscire con delle soluzioni preconfezionate perché
cerchiamo sempre di non darne, semmai con un bagaglio di ipotesi e
di spunti. Soprattutto, con la convinzione che le diseguaglianze
sono un tema ineludibile e che, quando ci occupiamo di transizione
ecologica, di intelligenza artificiale o di cambiare il
determinismo biologico favorendo la scelta di una traiettoria di
genere, dobbiamo guardare il contesto di partenza dal punto di
vista delle differenze sociali e culturali e degli squilibri. Se
non lo facciamo e ci affidiamo a dei linguaggi generici creiamo più
danni che vantaggi. La vostra operazione sembra essere in controtendenza
rispetto alla piega che sta prendendo il mondo, con l’emergere di
una oligarchia di tecnocrati digitali poco, o nulla, interessati a
colmare le disuguaglianze.
È uno degli scenari possibili, insieme a quello che vede il
delinearsi a livello mondiale di una serie di autarchie e viene
analizzato da Molinari nel suo lavoro sugli imperi. Ce ne sono
altri, però. Io credo che il vero contraltare delle autarchie non
saranno gli Stati ma le città, perché è lì che sono le energie più
positive. Giulia Marani
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