Octubre 19, 2026

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Quanti significati si celano dietro un semplice vaso di fiori? Questa la domanda che ha spinto Thomas Braida (Gorizia, 1982) a focalizzare la sua attenzione, da un anno e mezzo a questa parte, sul genere della natura morta e, in particolare sul vaso di fiori. Una ricerca che oggi è confluita nella mostra Tacciono i fiori con cui, dopo tre anni, l’artista torna ad abitare gli spazi romani della Monitor Gallery, proponendo un corpus di opere realizzato per l’occasione dalla rinnovata forza e consapevolezza.  

La natura morta nella poetica di Thomas Braida 

Dipinti su tela, su carta, installazioni e sculture, lavori eterogenei accomunati dalla massima attenzione ai dettagli, si alternano nello spazio della galleria esplorando il genere della natura morta nelle sue diverse sfaccettature e possibilità. Un soggetto che, nella visione dell’artista non è mai mera rappresentazione della realtà ma, caricandosi di elementi immaginari, onirici e surreali, si fa portatore di un significato più profondo. Le composizioni distopiche di Thomas Braida, lungi dall’avere un carattere tranquillizzante, alterando la percezione, oltre a poter essere letti come moderni mementi mori, invitano a riflettere sull’indifferenza, tanto dell’uomo verso il mondo, quanto del mondo verso l’uomo. In un climax che simbolicamente culmina in Survival Painter’s kit, 2025, dipinto in cui il motivo floreale cede il passo a una nuda tavola su cui coesistono una pistola e un pennello. Le opere poi, secondo la poetica dell’artista, sono rese inquietanti dalla sinistra presenza di elementi come: piccoli teschi, gnomi, anomali gatti, tipici della sua grammatica pittorica.  

La pittura liquida di Thomas Braida alla Galleria Monitor  

Il percorso, nutrendosi di riferimenti letterari, traslati implicitamente nelle opere ed evocati solo delicatamente in alcuni titoli, mette in risalto la maturazione avvenuta nella pratica pittorica di Braida. La pittura, rigorosamente a olio, dell’artista ha perso la trascorsa matericità per diventare più fluida, talvolta vaporosa. In queste opere raffinate, “in cui l’artista procede in punta di pennello” per usare le parole della gallerista Paola Capata, c’è una pittura liquida, vivace, in grado di rendere al meglio le potenzialità del medium, adoperato tanto nella sua brillantezza, quanto in una resa più sobria e piana. Notevoli i risultati raggiunti in tal senso, non solo sulle tele ma anche sulle carte; opere di dimensioni contenute, montate con piccole calamite su superfici in resina, realizzate dall’artista, proprio come le cornici; elemento scultoreo che sta acquistando sempre maggiore importanza nella pratica artistica di Braida, tanto da potersi considerare come parte integrante dei dipinti, di cui riprende sottili dettagli, conferendo agli stessi un’impostazione quasi tridimensionale.  

Thomas Braida, Tacciono i Fiori, 2025, installation view at Monitor Rome Ph: Giorgio Benni Courtesy the Artist and Monitor Rome, Lisbon, Pereto (AQ)1 / 7
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Thomas Braida, Tacciono i Fiori, 2025, installation view at Monitor Rome Ph: Giorgio Benni Courtesy the Artist and Monitor Rome, Lisbon, Pereto (AQ)
Thomas Braida, Tacciono i Fiori, 2025, installation view at Monitor Rome Ph: Giorgio Benni Courtesy the Artist and Monitor Rome, Lisbon, Pereto (AQ)

L’importanza della tridimensionalità nella ricerca di Thomas Braida in mostra a Roma  

La tridimensionalità diventa protagonista nelle opere in ceramica; vasi, disseminati nello spazio, che si celano dietro inaspettate sembianze, rivelando il gusto dell’artista di stupire giocando con un oggetto che si presta a essere declinato nelle forme più diverse, purché idonee al contenimento di acqua e fiori. A completare il percorso, infine, un altro elemento che testimonia la fascinazione di Braida per il paese del Sol Levante: un Noren con Camelie e Passerotto. Tipico paravento in tessuto che, in Giappone viene usato per separare gli ambienti domestici, realizzato dall’artista a quattro mani con la madre che lo ha cucito. Il Noren, in quanto separé, agisce concretamente l’indifferenza, intesa come “separazione – cesura”. Attitudine che, per la stretta connessione con l’ambiente domestico, evocato tanto dall’oggetto quanto dal coinvolgimento della madre, diventa ancor più eclatante e psicologicamente violento.
Ludovica Palmieri 

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L’articolo "La natura morta in veste contemporanea a Roma: una mostra tra immaginazione e realtà " è apparso per la prima volta su Artribune®.

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Non c’è spazio per la misericordia dopo la fine del mondo. E tu, chi sceglieresti di essere se tutto andasse in pezzi? InThe Last of Us, videogioco che ha venduto oltre 37 milioni di copie in tutto il mondo, puoi essere Sarah, che si sveglia nel cuore della notte senza sapere che il suo mondo sta per essere divorato da un’infezione fungina che trasforma i contagiati in famelici assassini. Puoi essere Joel, uno spregiudicato contrabbandiere svuotato dal lutto della figlia, che sceglie di salvare un affetto al posto della specie. Puoi essere Ellie, una persona non binaria forte, ostile, nata nel sangue e senza amore, cresciuta tra duri addestramenti e imposizioni, ma immune al fungo Cordyceps che ha decimato il mondo. Puoi anche essere Abby, una superdonna che dopo aver perso tutto si fa strumento di vendetta, più letale degli infetti.

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Non è semplice trasporre un videogame: il successo di  The Last of Us

L’omonima serie HBO co-creata da Neil Druckmann, autore del gioco originale, e Craig Mazin (Chernobyl) ha debuttato nel 2023 con più di 40 milioni di spettatori solo negli Stati Uniti, attirando i consensi sia della severa fanbase sia del nuovo pubblico.“The Last of Us parla di quanto le persone riescano ad espandere la propria umanità”, spiega Druckmann. Il risultato? Un manuale di sopravvivenza e autodistruzione, un’Odissea senza Itaca, senza eroi. Un’istantanea di chi resta, che scruta nell’abisso e rischia di precipitare.

Nonostante il cambio di medium e l’inevitabile distaccamento del punto di vista, da giocatore a spettatore, la storia continua a vibrare, anche senza joystick. Le emozioni restano interattive, non nel gesto, ma nell’intensità con cui il pubblico le riceve e attraversa: si entra nei personaggi, uno dopo l’altro, sentendo il peso delle loro scelte, delle colpe, delle paure. E non sono gli infetti a far paura, ma ciò che resta di umano: il bisogno di amare e di essere amati, di perdonare ed essere perdonati.

The Last of Us 2
The Last of Us 2

I protagonisti di The Last of Us: Joel ed Ellie, Ellie e Dina

In un mondo costantemente polarizzato, Pedro Pascal mette d’accordo tutti. È lui Joel, il personaggio più amato della serie: un antieroe spietato, ma che va in terapia. Ha lo sguardo rassicurante di un padre iperprotettivo, ma in tasca ha una pistola fumante. La sua è una mascolinità ipnotica, morbida, goffa, inconsapevole, lontana dagli standard. Rispetto alla controparte videoludica, Pascal aggiunge nuove sfumature di vulnerabilità, rendendo Joel più umano e tridimensionale, soprattutto nella dinamica con Ellie, interpretata da Bella Ramsey. Due analfabeti emotivi che si scelgono senza parole, che si vogliono bene per sottrazione. A tenere insieme i loro silenzi è una chitarra, una canzone – Future Days dei Pearl Jam – e quella frase che pesa come un presagio: “If I were to lose you, I’d surely lose myself”. E accanto a loro, Dina – interpretata da Isabela Merced – emerge come una presenza altrettanto potente: compagna e ancora emotiva di Ellie, con cui condivide una fragile intimità in un mondo che lascia poco spazio all’amore. La loro relazione non è solo rifugio, ma anche tensione e promessa, destinata a essere messa alla prova dalla spirale di vendetta che incombe.

L’ambientazione della seconda stagione di The Last of Us

John Paino (Big Little Lies, The Morning Show), production designer della serie e candidato a tre Emmy, ha spiegato come ogni ambiente sia stato costruito con l’intento di evocare un realismo emotivo: ogni dettaglio è frutto di ricerca e ricostruzione fedele del videogame. Ogni luogo doveva apparire sia vissuto che abbandonato, con la natura che dominava senza mai prevalere completamente: l’impronta dell’umanità affiora in ogni rovina. L’ambiente, così, diventa un narratore silenzioso, capace di trasmettere emozioni e memoria, senza dialogo. La seconda stagione amplifica questa estetica, esplorando nuove comunità e territori con lo stesso rigore visivo, mantenendo l’equilibrio tra la fedeltà al videogioco e le possibilità offerte dal linguaggio televisivo.
Noemi Palmieri

L’articolo "The Last of Us, la seconda stagione: l’apocalisse non basta a renderci più buoni" è apparso per la prima volta su Artribune®.

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Il mondo del visual e social design ha una nuova casa. Il festival internazionale Torino Graphic Days, nato nel 2016 da un progetto di Print Club Torino, Quattrolinee e Plug per portare sotto la Mole gli artisti più interessanti del panorama europeo della comunicazione visiva, festeggia i suoi primi dieci anni in una nuova sede: il Vitali Park, un complesso per attività economico produttive, localizzato in Via Orvieto, nel cuore della Spina 3. Aperta fino al 18 maggio, la rassegna promette un’edizione ricca di eventi dentro e fuori il quartier generale, con talk, workshop, progetti partecipati e performance, dj set, attività per le scuole e le famiglie, una mostra mercato. Tutti dedicati al tema dell’anno: Love, Now!

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DEMO EXHIBITION Leonardo Landoni

10 anni di Torino Graphic Days: un bilancio dei due direttori artistici

“10 anni sono un traguardo importante che ci rende orgogliosi del percorso fatto. Guardando indietro proviamo un senso di vertigine perché la strada percorsa è stata tantissima; negli anni siamo cresciuti, cambiando il format ed aprendoci a nuovi target”, raccontano ad Artribune i due direttori del festival Ilaria Reposo e Fabio Guida. “Abbiamo iniziato con un festival che durava 4 giorni ed era prevalentemente rivolto ad addetti ai lavori; oggi proponiamo un palinsesto di 10 giorni che alterna contenuti specializzati con designer e artisti di caratura internazionale (quest’anno ospitiamo 7 membri AGI) ad attività per famiglie e per i cittadini in generale. Negli anni è cresciuta anche la presenza delle scuole per le quali abbiamo strutturato attività dedicate in settimana. Per l’occasione, ci siamo concessi un piccolo throwback: in mostra è possibile ripercorrere le edizioni passate e scoprire i progetti di attivazione territoriale che Graphic Days porta avanti tutti i giorni, parallelamente all’organizzazione del festival”.

Torino Graphic Days: il tema dell’amore

Per festeggiare questi 10 anni, Torino Graphic Days si regala un’edizione tutta dedicata all’amore, come ci spiegano i due direttori: “Love, now!, il titolo della decima edizione, è un claim con cui vogliamo raccontare le moltissime sfaccettature di questa tematica che noi interpretiamo nell’accezione più ampia, nella traduzione più corretta del termine anglosassone. L’amore per noi rappresenta l’apertura, l’inclusione, l’accettazione di tutto quello che è l’altro e anche il benessere della relazione più completa uomo-ambiente. Si tratta di una una posizione molto chiara che portiamo avanti in tutte le nostre progettualità: in questo momento storico in cui la comunicazione è permeata da forme di violenza e di divisione, è ancora più importante esporsi, impegnarsi, dimostrare e agire nella direzione dell’inclusione”.

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Kuvitustriennale yleiskuva Kimmo Iso Tuisku
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Greeting From La Banlieue
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Greeting From La Banlieue
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Fosca Vianello
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Dragana Ilievska
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DEMO EXHIBITION Leonardo Landoni
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DEMO EXHIBITION Stan Haanappel
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Cruising Collage
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Torino Graphic Days: la nuova sede Vitali Park

Vitali Park sorge dove un tempo c’erano le ferriere della Fiat, oggi demolite: occupavano l’area dell’attuale Spina 3, nucleo del sistema industriale torinese del Novecento, per fornire di acciaio tutti i settori della famosa fabbrica torinese di automobili. È lo stesso quartiere dove, fino a due decenni fa, sorgevano anche gli stabilimenti Michelin, Savigliano, Paracchi, per questo interessata da un vasto programma di rigenerazione urbana che ha visto negli anni la realizzazione di numerose architetture, come la chiesa del Santo Volto di Mario Botta, o la loro rifunzionalizzazione come il Parco Dora: sotto i suoi capannoni ogni estate, da oltre 10 anni, si balla la techno al Kappa Futur Festival. A pochi passi da qui, ora per 10 giorni anche i non addetti ai lavori potranno scoprire il mondo del visual design. In un luogo, il Vitali Park composto da due blocchi articolati in maniche parallele multipiano e da uno spazio centrale a tutta altezza con copertura trasparente, che, con i suoi 1600 metri quadri, si trasformerà in un crocevia di idee, creatività e innovazione. “In questi 10 anni abbiamo sperimentato tante diverse location, ogni anno infatti il festival cerca casa, colonizzando nuovi luoghi”, ricordano i due direttori, che quest’anno hanno dato vita “a uno spazio della Città di Torino mai utilizzato, inserito all’interno di un edificio a destinazione terziaria. Si tratta di uno spazio vuoto che abbiamo potuto modellare secondo le nostre esigenze, adattandolo a sede espositiva, luogo per conferenze, aula per workshop, ma si presterà anche ad ospitare una mostra mercato, musica e momenti performativi. Il nostro auspicio è che un giorno il festival possa avere una sede fissa per poter migliorare ancora la nostra proposta con una progettazione più anticipata, aumentare l’attrattività internazionale e migliorare l’impatto sulla comunità locale”.

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Aurora Marini

Torino Graphic Days: il programma

All’interno del Vitali Park ci sono soprattutto le mostre, suddivise in 14 nuclei espositivi. Il tema dell’amore, che ne rappresenta il fil rouge, trova la sua massima espressione nella mostra Love, now! the ways of love che si concentra sui suoi diversi aspetti: per sé, per le altre persone e per la natura con opere che vanno dall’editorial alle fanzine, dalle illustrazioni ai video e ai sex toy. Un focus espositivo è dedicato alla Finlandia attraverso la mostra Eyes On Finland: un format sviluppato da Graphic Days che ospita ogni anno un Paese per raccontare la sua storia e i suoi valori attraverso opere di grafica dedicate alla vita quotidiana, alle tradizioni e alla cultura delle persone. Fa tappa al festival anche Demo Festival di Studio Dumbar e Exterion Media Netherlands: il più grande festival di motion design del mondo, nato nel 2019 con l’obiettivo di trasmettere negli schermi della stazione centrale di Amsterdam il meglio della produzione video per 24 ore. Spazio anche per i giovani designer. La call Neologia, dedicata ai designer under 30, offre un’opportunità unica per emergere nel panorama internazionale. I progetti selezionati verranno esposti al festival, e alcuni riceveranno premi speciali. Infine, una mostra mercato nel cortile coperto del Vitali Park il weekend del 10 e 11 maggio, con l’esposizione dei lavori di studi, artisti e realtà indipendenti nell’ambito delle arti visive.

Torino Graphic Days: il Festival in città

Le attività del festival si estendono anche in città in oltre 30 diverse sedi: il 9 e il 16 maggio ci sarà un fitto calendario di eventi, realizzato con il coinvolgimento delle agenzie di comunicazione, degli studi di design e di diverse realtà operanti nell’ambito del visual e social design nel territorio. A conclusione della serata del 16 maggio, alle 21 l’agenzia Sixeleven promuove in largo Montebello un quiz dedicato all’estrazione finale di 3 premi offerti da Graphic Days per celebrare le 10 edizioni del festival. Per partecipare sarà sufficiente scansionare il qr code presente all’interno del festival o in una delle 31 location di In the city.
Claudia Giraud
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Una sfida quasi impossibile: quella di realizzare una strada che dai 1225 metri di Bormio salisse ai 2758 del passo dello Stelvio, per poi scendere fino ai 900 di Spondigna, in Alto Adige. Ma Carlo Donegani, l’ingegnere incaricato da Francesco I d’Asburgo della sua costruzione, riuscì nell’impresa, realizzando quel tracciato di cui oggi, nel 2025, festeggiamo il bicentenario, con un programma ricco di eventi, tra cui non manca una Tappa del Giro d’Italia, prevista per il 28 maggio. 

La storia di costruzione della Strada dello Stelvio

I lavori di costruzione iniziarono il 26 giugno 1820 e si conclusero solo cinque anni dopo, con ingegnose soluzioni tecniche. Tra queste la costruzione di 34 tornanti sul versante valtellinese (in seguito diventati 40), e 48 su quello altoatesino, oltre a gallerie scavate nella roccia, paravalanghe in legno, strutture per la sicurezza e il ristoro dei viaggiatori, case cantoniere e per i “rotteri”, gli operai addetti alla manutenzione della strada, soprattutto in inverno, quando dovevano rompere la neve e il ghiaccio per permettere il transito. Nel 1831 fu creato un servizio di diligenza trainata da cavalli che da Milano portava in 64 ore a Bormio e in 125 a Landeck, in Tirolo. La carrozza, con valigie e oggetti d’epoca, oggi è esposta in una delle sale del percorso etnografico del Museo Civico di Bormio, all’interno di Palazzo de Simoni. La strada diventò di transito commerciale, un’attrazione turistica per sciatori e amanti della montagna, luogo di guerre, di sfide sportive automobilistiche, motociclistiche e in bicicletta. Il 1° giugno 1953 il Giro d’Italia sfidò per la prima volta il mitico Passo dello Stelvio e la tappa Bolzano-Bormio vide Fausto Coppi conquistare la maglia rosa. Quel giorno consacrò la Strada dello Stelvio a icona immortale regalandole il nome di “Cima Coppi”.

Foto storica dei Bagni Vecchi di Bormio, lungo la Strada dello Stelvio1 / 10
Foto storica dei Bagni Vecchi di Bormio, lungo la Strada dello Stelvio
Ciclisti sulla Strada dello Stelvio, crediti Markus Greber2 / 10
Ciclisti sulla Strada dello Stelvio, crediti Markus Greber
Diligenza dello Stelvio esposta al Museo Civico di Bormio, crediti Roby Trab per Museo Civico di Bormio3 / 10
Diligenza dello Stelvio esposta al Museo Civico di Bormio, crediti Roby Trab per Museo Civico di Bormio
Esterni del Museo Civico di Bormio, crediti Museo Civico di Bormio4 / 10
Esterni del Museo Civico di Bormio, crediti Museo Civico di Bormio
Foto storica della Strada dello Stelvio tratta da Tirano a Bormio5 / 10
Foto storica della Strada dello Stelvio tratta da Tirano a Bormio
Foto storica di sciatori nella Valle del Braulio6 / 10
Foto storica di sciatori nella Valle del Braulio
I tornanti della Strada dello Stelvio, crediti Enrico Bigno Pozzi7 / 10
I tornanti della Strada dello Stelvio, crediti Enrico Bigno Pozzi
La vista dall'alto della Strada dello Stelvio, crediti Enrico Bigno Pozzi8 / 10
La vista dall'alto della Strada dello Stelvio, crediti Enrico Bigno Pozzi
Passo dello Stelvio 2, crediti Markus Greber per Bormio Enjoy_Stelvio_Valtellina9 / 10
Passo dello Stelvio 2, crediti Markus Greber per Bormio Enjoy_Stelvio_Valtellina
Passo dello Stelvio, crediti Markus Greber per Bormio Enjoy_Stelvio_Valtellina10 / 10
Passo dello Stelvio, crediti Markus Greber per Bormio Enjoy_Stelvio_Valtellina
Foto storica dei Bagni Vecchi di Bormio, lungo la Strada dello Stelvio
Ciclisti sulla Strada dello Stelvio, crediti Markus Greber
Diligenza dello Stelvio esposta al Museo Civico di Bormio, crediti Roby Trab per Museo Civico di Bormio
Esterni del Museo Civico di Bormio, crediti Museo Civico di Bormio
Foto storica della Strada dello Stelvio tratta da Tirano a Bormio
Foto storica di sciatori nella Valle del Braulio
I tornanti della Strada dello Stelvio, crediti Enrico Bigno Pozzi
La vista dall'alto della Strada dello Stelvio, crediti Enrico Bigno Pozzi
Passo dello Stelvio 2, crediti Markus Greber per Bormio Enjoy_Stelvio_Valtellina
Passo dello Stelvio, crediti Markus Greber per Bormio Enjoy_Stelvio_Valtellina

Gli eventi escursionistici in programma per i 200 anni della Strada dello Stelvio

Da allora sono passati 200 anni, ma il tracciato della strada è rimasto pressoché inalterato e permette un vero e proprio viaggio nella storia, ma è anche un’occasione per un weekend di vacanza approfittando del ricco calendario di eventi organizzati tra Lombardia, Alto Adige e la svizzera Val Müstair, Regioni che hanno condiviso il valico automobilistico più alto d’Italia entrando in contatto tra loro fin dalla sua apertura. Gli sportivi possono godersi in diretta la tappa del giro d’Italia (28 maggio), le gare Stelvio Santini (8 giugno) e la Re Stelvio Mapei (13 luglio). Da giugno a settembre sono proposti i giorni della Enjoy Stelvio Valtellina in cui i passi alpini vengono chiusi al traffico motorizzato per permettere agli amanti della natura di affrontare le salite del Parco Nazionale dello Stelvio e dintorni, come Gavia, Cancano, Mortirolo, oltre alle scalate in tutta la provincia di Sondrio. Si possono affrontare i sentieri della Guerra Bianca tra resti di trincee, gallerie, baraccamenti e postazioni di artiglieria dei soldati che nel primo conflitto mondiale si batterono su campo innevato e ghiacciato a quote perfino oltre i 3000 metri. Molte escursioni sono anche in compagnia di guide alpine ed esperti dell’Associazione Culturale Istituto di Ricerca e Studi Carlo Donegani, che vanta un vastissimo archivio di mappe, cartine, tavole a colori, studi, documenti originali dedicati alla realizzazione della strada. 

Il cuore dei festeggiamenti dei 200 anni della Strada dello Stelvio

Il momento clou dei festeggiamenti? Il weekend tra il 5 e il 6 luglio, in occasione della cerimonia ufficiale dei 200 anni, con musica, incontri letterari, mostre fotografiche, degustazioni dei prodotti tipici dei tre versanti, e una sfilata di auto, moto, bici d’epoca che percorreranno la salita fino al passo. Per prepararsi all’evento consigliamo la visione del film documentario Stelvio. Crocevia della pace, di Alessandro Melazzini che svela come un ghiacciaio, un tempo simbolo di conflitto, sia oggi diventato un luogo di incontro, svago, scambio, un vero e proprio crocevia di pace.
Luisa Taliento
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Si avvia alla conclusione l’edizione 2025 di Frieze New York, la prima dall‘annunciato cambio di proprietà del gruppo che controlla le fiere e la parte editoriale. Troppo presto per vedere cambiamenti di rotta, che probabilmente poi potrebbero non essere così sostanziali, visto che il nuovo proprietario è il co-fondatore della società ed è pertanto parte della storia e dell’identità di Frieze.

A voler tirar le somme, per Frieze New York e per le tante fiere di peso in città, da TEFAF a Independent, non è mancato né l’ottimismo nell’affrontare la sfida (e le spese) delle fiere americane in questa seconda età trumpiana né il riscontro di collezionisti privati e istituzionali. Scongiurando così il pericolo di investimenti sovradimensionati dell’offerta rispetto a una domanda resa troppo incerta o troppo prudente dalle difficoltà geopolitiche ed economico-finanziarie del momento.

Le vendite di Frieze New York 2025

Alla preview di Frieze New York, lo scorso mercoledì 7 maggio 2025, la sede di The Shed era affollata e tante sono state le vendite di peso sin dalle prime ore. A cominciare da una scultura della serie che rappresenta il personaggio dell’Incredibile Hulk e che segnava il ritorno di Jeff Koons nelle braccia di Larry Gagosian, che l’artista aveva mollato (insieme all’altro suo gallerista David Zwirner) meno di quattro anni fa per entrare nella scuderia dell’altra mega Pace Gallery. Da Gagosian una delle sculture di Koons, Hulk (Tubas) del 2004-18, è stata venduta il giorno di preview per un prezzo non divulgato ma che dovrebbe essere intorno ai $3 milioni, che la rende l’opera più costosa offerta a Frieze New York. Sold out poi da Perrotin per i dipinti di Claire Tabouret, in un range di prezzi tra $65.000 e $200.000.

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Gagosian, Frieze New York, 2025. Ph. Casey Kelbaugh. Courtesy Frieze and CKA
hernandez Frieze, TEFAF, Independent. Ecco come sono andate le vendite alle fiere d’arte di New York2 / 7
james cohan Frieze, TEFAF, Independent. Ecco come sono andate le vendite alle fiere d’arte di New York3 / 7
James Cohan, Frieze New York, 2025. Ph. Casey Kelbaugh. Courtesy Frieze and CKA
madragoa frieze new york Frieze, TEFAF, Independent. Ecco come sono andate le vendite alle fiere d’arte di New York4 / 7
Madragoa, Frieze New York, 2025. Courtesy Madragoa
p420independent new york 2025 installation view phspellion di persano 0g7a2268m Frieze, TEFAF, Independent. Ecco come sono andate le vendite alle fiere d’arte di New York5 / 7
P420, Independent New York, 2025, installation view – Solo show Shafei Xia. Ph. S. Pellion di
perrotin Frieze, TEFAF, Independent. Ecco come sono andate le vendite alle fiere d’arte di New York6 / 7
Le opere di Claire Tabouret da Perrotin, Frieze New York, 2025. Courtesy Perrotin
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Gagosian, Frieze New York, 2025. Ph. Casey Kelbaugh. Courtesy Frieze and CKA
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hernandez Frieze, TEFAF, Independent. Ecco come sono andate le vendite alle fiere d’arte di New York
james cohan Frieze, TEFAF, Independent. Ecco come sono andate le vendite alle fiere d’arte di New York
madragoa frieze new york Frieze, TEFAF, Independent. Ecco come sono andate le vendite alle fiere d’arte di New York
p420independent new york 2025 installation view phspellion di persano 0g7a2268m Frieze, TEFAF, Independent. Ecco come sono andate le vendite alle fiere d’arte di New York
perrotin Frieze, TEFAF, Independent. Ecco come sono andate le vendite alle fiere d’arte di New York
1 gagosian frieze ny Frieze, TEFAF, Independent. Ecco come sono andate le vendite alle fiere d’arte di New York

Gli acquisti di collezionisti privati e museali Frieze New York

Se sembravano pochi i collezionisti privati europei, erano invece a pieni giri quelli cinesi, così come particolarmente rilevante e produttiva in termini di acquisizioni sembra essere stata quest’anno la presenza istituzionale. Di certo lo è stata per la galleria James Cohan che a un museo europeo (il Moderna Museet di Stoccolma, secondo alcuni, il Museo Susch secondo altri) ha venduto la scultura metallica mobile Outburst (2025) dell’artista Tuan Andrew Nguyen per $185.000 e Scars (2025), per $125.000 a un museo invece americano. Ha approfittato della forte presenza del collezionismo americano la galleria parigina Sultana, che ha registrato un bel sold out dello stand che ospitava i dipinti di Jean Claracq in un range di prezzo tra i $20.000 e i $300.000.
In un’altra mega-galleria come Hauser & Wirth le vendite sono andate sempre spedite, con più di venticinque opere vendute al primo giorno dai $20.000 a oltre $1 milione-1,2 milioni. E una presenza istituzionale importante degli artisti di scuderia, protagonisti delle mostre nei musei più importanti della città proprio in questi giorni, con Lorna Simpson al Met, Rashid Johnson al Guggenheim, Amy Sherald al Whitney e Jack Whitten al MoMA, come segnalato dal New York Times qualche giorno fa. Oltre questa soglia, per 1,2 milioni di sterline, White Cube ha venduto un dipinto di Tracey Emin.

Le vendite dei galleristi italiani alle fiere di New York

Esponeva a Frieze New York anche il gallerista italiano ma di base a Lisbona Matteo Consonni, fondatore di Madragoa, che torna dalla Grande Mela con un riscontro positivo per il progetto monografico dedicato ai dipinti su legno di Rodrigo Hernández ispirati alla favola di Esopo The Bat, the Birds and the Beasts per indagare e mettere in luce il valore della connessione tra tutti gli essere viventi, con vendite andate in porto a nuovi clienti e ottime collezioni private americane (in un range di prezzi da $6.500 a $11.000).
Lasciando, invece, i corridoi dello Shed per spostarci in una delle fiere che si tenevano a New York nella stessa settimana, abbiamo raggiunto la bolognese galleria P420, che esponeva per la prima volta a Independent scommettendo tutto sulla richiestissima artista cinese, ma di base a Bologna, Shafei Xia. “Il lavoro di Shafei è sempre capace di conquistare attenzioni a più livelli e anche questa volta l’interesse è stato moltissimo, sia da parte di curatori che di collezionisti”, ci hanno raccontato dalla galleria, che al sabato festeggiava il sold out per i dipinti (prezzi tra $7.000 e $35.000) ed era in trattativa per la scultura ceramica più grande esposta in stand.

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Tefaf NY25 Photo VincentTullo
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Tefaf NY25 Flowers Photo Jitske Nap
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Tefaf NY25 Photo VincentTullo
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Tefaf NY25 Photo VincentTullo

Le vendite di TEFAF New York 2025

Era affollato anche il Park Avenue Armory per l’inaugurazione di TEFAF di New York, con l’undicesima edizione della fiera che ha preso il via giovedì 8 maggio con una giornata di anteprima su invito e resta in corso fino al 13 maggio 2025. Presenze in crescita dell’11% rispetto al 2024 e oltre 70 i rappresentanti delle istituzioni museali presenti, a sostegno di diverse trattative di peso realizzate sin dalle prime ore della rassegna. A cominciare da David Aaron, che ha venduto la scultura in bronzo The Hultmark per quasi $700.000 a un acquirente privato. Numerose poi le gallerie globali che raddoppiavano la presenza fieristica con uno stand anche a TEFAF, oltre che a Frieze. È il caso di Thaddaeus Ropac, con una presentazione dedicata ai nuovi dipinti di Daniel Richter, le cui opere sono state acquistate per valori superiori a $470.000. Così come di David Zwirner, con le opere di Ruth Asawa, che hanno conquistato i collezionisti di TEFAF con prezzi dai 320.000 e 2,8 milioni di dollari per le sculture, o di Gagosian, che in fiera ha fatto sold out dei nuovi dipinti di Anna Weyant.
Cristina Masturzo

L’articolo "Frieze, TEFAF, Independent. Ecco come sono andate le vendite alle fiere d’arte di New York" è apparso per la prima volta su Artribune®.

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