Octubre 19, 2026

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Una tuta da lavoro come un microcosmo. Un rifugio, una casa mobile, un arsenale intimo, una seconda pelle, un guscio, una valigia trovata in soffitta, il mantello che ti rende invisibile, una tenda da campeggio, lo scafandro che ti porta in fondo il mare. Ma soprattutto, un manuale di istruzioni. Normalmente e storicamente pensata per uniformare e irreggimentare, qui, al contrario, è organismo mutante che definisce singolarità e differenze. Indossarla, dunque, per interrogarsi su come affrontare il mestiere di vivere, in mezzo a cumuli di immagini, ricordi, amuleti, reperti antropologici o sentimentali.

Da un laboratorio sociale alla mostra all’Abatellis

Per la sua mostra a Palazzo Abatellis Marzia Migliora elabora un progetto complesso, la cui forza poetica è pari al suo rigore intellettuale. Alla base un’immagine nuda e vera, senza orpelli, senza retoriche. Minuto Mantenimento è il risultato di un’esperienza comunitaria che ha coinvolto un gruppo di persone in Esecuzione Penale Esterna dell’UIEPE di Palermo, attraverso dei workshop tenuti dall’artista nel 2024, in occasione del progetto a vocazione sociale “Spazio Acrobazie”, a cura di Elisa Fusco e Antonio Leone. La restituzione odierna di quel viaggio mostra innanzitutto come si possano incrociare, con intelligenza e grazia, i processi artistici e quelli collettivi, lasciando che la sensibilità politica e la pratica estetica si riflettano l’una nell’altra, potenziandosi a vicenda: per farne linguaggio, per inventarsi punti d’osservazione, per costruire forme di resistenza.
A Palermo l’artista torinese ha così affondato le mani tra ritagli di biografie qualunque, scampoli disordinati di fragilità, di marginalità, di storie invisibili, sapendone fare materia prima di un incantesimo. Un teatro dell’umano, congelato in un’apparizione sola. Ci sono gli attori, i personaggi, la drammaturgia, gli oggetti di scena. Ci sono i costumi, protagonisti essi stessi, queste tute-installazioni accessoriate per avventure del fantastico e dello spirito. E c’è un’immagine grandiosa che non è fondale ma veduta frontale, epifania: lo spettacolare Trionfo della Morte del museo di Palazzo Abatellis è l’universo tragico, costellato di indizi storici e di simbologie universali, su cui si affaccia questa mostra-racconto, messa in scena nell’attiguo spazio espositivo, ambiente sottostante al ballatoio che un tempo ospitava la corale dell’ex chiesa, e che poi, grazie all’intuizione di Carlo Scarpa, è divenuto punto panoramico sul mitico affresco quattrocentesco.

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marzia migliora minuto mantenimento exhibition view palazzo abatellis palermo 2025 ph fausto brigantino 2 Il progetto sociale di Marzia Migliora a Palermo. In dialogo con il Trionfo della Morte

I laboratori di Marzia Migliora a Palermo

Nel corso dei laboratori preliminari alla mostra le domande poste da Migliora e le risposte condivise dai partecipanti sono diventate parole trascritte, appuntate, e poi disegni preparatori per la produzione delle cinque tute da lavoro oniriche, oggi raccolte in questa stanza-palcoscenico del museo (solo una si trova nello spazio accanto, in dialogo diretto con il Trionfo della Morte).
E nel sobrio allestimento che compone bozzetti, reperti in vetrina, sculture ispirate ai cani del Trionfo e un ottimo apparato didattico fatto di glossari, descrizioni, resoconti, si stagliano contro le pareti cinque monotipi in bianco e nero. Sono impronte dirette di una tuta da lavoro inchiostrata e pressata su grandi fogli di carta: pensate come mappe o legende, queste opere grafiche intrecciano frammenti dei dialoghi emersi e riferimenti al corredo di ogni tuta-installazione, svelandone significati e processi generativi.
Che cosa sognavi di fare da piccola/o? Quali mestieri hai fatto per vivere? Che cosa hai imparato dal lavoro? Hai un oggetto che ti ha aiutato nei momenti difficili? A cosa sei sopravvisuta/o? Il lavoro ti ha aiutato? Come immagini una tuta per il mestiere di vivere? Tra le dieci risposte selezionate si leggono frasi semplici e dirette, chiavi d’accesso a un arsenale di strumenti della cura e della compassione, della comprensione del mondo, della rinascita e della volontà: Se fai del bene, ricevi il bene; Chi perdona guadagna; Bisogna essere disposti a perderle le cose e le persone per rinnovare la vita; Se ti piace quello che fai serve soltanto competenza e pazienza; Quando l’obiettivo è alto le cose accadono; Quello che tutti dimentichiamo è vivere… Fino a un laconico e ironico “Futtitinni”, versione palermitana di “fregatene”, a proposito di difesa e resistenza.

marzia migliora indossa lopera tuta 1 casa ovunque 2024 di fronte al trionfo della morte di palazzo abatellis palermo ph fausto brigantino Il progetto sociale di Marzia Migliora a Palermo. In dialogo con il Trionfo della Morte
Marzia Migliora indossa Tuta #1, Casa ovunque, 2024, di fronte al Trionfo della Morte – Palazzo Abatellis, Palermo
Ph. fausto Brigantino

Marzia Migliora e il Trionfo della Morte

Ma cosa c’entra l’immagine della morte con queste meditazioni sul lavoro e sui suoi equipaggiamenti? L’anonimo Trionfo di Palermo è una tra le rappresentazioni più ipnotiche, coinvolgenti, originali che la cultura figurativa europea ci abbia consegnato. Opera riconducibile a un genere diffuso e storicamente inquadrabile, ma che resta esempio unico di un sincretismo culturale felicissimo. Un’orchestrazione perfetta. Uno squillare di timbri e un dilatarsi dinamico di forme ravvicinate, ripiegate su sé stesse, schiacciate contro il campo visivo breve, organizzate intorno al fulcro mostruoso della morte ossuta a cavallo, armata di spada e di cinismo, metafora ischeletrita del nulla che avanza colpendo chiunque incroci sulla via. Borghesi, aristocratici, popolani, mendicanti, notabili, papi e alti prelati, uomini e donne disarmati dinanzi alla brutalità del destino che tutto mastica e divora. La vita sul bordo della fine, oltre ogni certezza di salvezza e di redenzione.
I dettagli delle figure, la girandola di vesti, volti, panneggi, copricapi, gesti, è danza macabra di un’umanità aggrappata all’esistenza, alla sua mondanità, bellezza, avidità, passione ed incoscienza, sorpresa dalla più assurda delle verità rimosse: l’ombra della falciatrice nera, compagna di strada verso cui smettere di volgere il capo, per non impazzire.

La morte, la vita, il lavoro. La mostra a Palazzo Abatellis

Il lavoro dunque. Che qui si mostra nella sua natura di strumento produttivo, in un senso tutto umano e non consumistico: spazio di libertà, di riscatto e di partecipazione, di conoscenza dell’altro e di sé; spazio concreto in cui la creazione di senso è creazione di appartenenza a una comunità. Lavoro che, nei casi gestiti dagli Uffici in Esecuzione Penale Esterna” (UIEPE), è “parte integrante e obbligatoria” dei programmi alternativi alla detenzione rivolti a coloro che usufruiscono della “sospensione del procedimento e messa alla prova”. Il valore sociale di tutto questo, per un ordinamento che intende sempre la pena come riabilitativa e non punitiva, si estende e si proietta qui, per mezzo dell’arte, su un piano linguistico, relazionale e introspettivo, stimolando riflessioni insieme intime e universali.
Dinanzi al flagello della morte, che l’affresco dell’Abatellis traduce in spettacolare racconto, tutto questo diventa attaccamento alla vita e dunque desiderio, lotta, costruzione, affrancamento dalla paura, bisogno di ancorarsi a ciò che custodisce significato. Urgenza di presente e di futuro. Un fatto che accomuna o dovrebbe accomunare tutti, proprio come la più democratica e spaventosa delle leggi: quell’imperativo della fine, di cui non conosciamo tempi, modi, soglie, metafisiche.

marzia migliora tuta 1 casa ovunque dettaglio Il progetto sociale di Marzia Migliora a Palermo. In dialogo con il Trionfo della Morte1 / 11
marzia migliora tuta 4 teatro del non detto particolare Il progetto sociale di Marzia Migliora a Palermo. In dialogo con il Trionfo della Morte2 / 11
marzia migliora tuta 5 scrittura per non sparire particolare 2 Il progetto sociale di Marzia Migliora a Palermo. In dialogo con il Trionfo della Morte3 / 11
Marzia Migliora, Tuta #2, Voce di paesaggio, 2024 - Ph. Fausto Brigantino4 / 11
Marzia Migliora, Tuta #2, Voce di paesaggio, 2024 – Ph. Fausto Brigantino
Marzia Migliora, Tuta #3, Cura per terrestri5 / 11
Marzia Migliora, Tuta #3, Cura per terrestri
Marzia Migliora, Tuta #4, Teatro del non detto6 / 11
Marzia Migliora, Tuta #4, Teatro del non detto
Marzia Migliora, Quaderno 58, Minuto Mantenimento, #137 / 11
Marzia Migliora, Quaderno 58, Minuto Mantenimento, #13
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Marzia Migliora, Quaderno 58, Minuto Mantenimento
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marzia migliora tuta 1 casa ovunque dettaglio Il progetto sociale di Marzia Migliora a Palermo. In dialogo con il Trionfo della Morte
marzia migliora tuta 4 teatro del non detto particolare Il progetto sociale di Marzia Migliora a Palermo. In dialogo con il Trionfo della Morte
marzia migliora tuta 5 scrittura per non sparire particolare 2 Il progetto sociale di Marzia Migliora a Palermo. In dialogo con il Trionfo della Morte
Marzia Migliora, Tuta #2, Voce di paesaggio, 2024 - Ph. Fausto Brigantino
Marzia Migliora, Tuta #3, Cura per terrestri
Marzia Migliora, Tuta #4, Teatro del non detto
Marzia Migliora, Quaderno 58, Minuto Mantenimento, #13
Marzia Migliora, Quaderno 58, Minuto Mantenimento
marzia migliora monotipo 5 scrittura per non sparire Il progetto sociale di Marzia Migliora a Palermo. In dialogo con il Trionfo della Morte
marzia migliora monotipo 2 voce di paesaggio Il progetto sociale di Marzia Migliora a Palermo. In dialogo con il Trionfo della Morte
marzia migliora monotipo 4 teatro del non detto Il progetto sociale di Marzia Migliora a Palermo. In dialogo con il Trionfo della Morte

Cinque tute per il mestiere di vivere

Le cinque tute che abitano lo spazio espositivo rivelano ulteriori connessioni con il territorio. Alla loro realizzazione hanno infatti contribuito il Museo Internazionale delle Marionette, la sartoria del Teatro Massimo, l’azienda storica Ferrino e la sartoria sociale Al Revés.
Sono abiti come archivi o architetture effimere, ognuno dedicato a un tema, con il proprio taglio sartoriale che fa del classico capo da lavoro uno spunto aperto a elaborazioni surreali e destrutturazioni. E ognuno con il proprio kit di sopravvivenza, in cui si leggono anche richiami più o meno diretti al Trionfo della Morte: certi cappelli dalla forgia fantastica, l’idea del sacro che sopravvive in una bibbia infilata in una tasca, il guanto del falconiere (tra i personaggi del dipinto), e ancora le piantine di fragola, i ricorrenti elementi vegetali o i guanti da giardino dipinti con motivi floreali, tutte citazioni dell’infernale hortus conclusus in cui si scovano “Il giusquiamo nero, pianta funebre per definizione, il cardo mariano, simbolo del peccato originale, forse il tossico narciso e l’infido mughetto, cui si oppongono solo debolmente piante salvifiche come la fragola, la lisca e l’asplenio”, come spiega Michele Cometa nella sua nota lettura iconografica dell’opera.  
E se la Tuta #1, Casa ovunque, è riparo, tenda che accoglie e si radica al suolo per mezzo di picchetti e zavorre, la Tuta #2, Voce di paesaggio, tra memorie di terre e di mari cuce insieme un cappuccio in cuoio da saldatore, un guanto-marionetta a forma di pesce e le silhouette di Monte Pellegrino e dell’Isola delle Femmine; la Tuta #3, Cura per terrestri, ha maniche-tentacoli per un abbraccio plurale, una testa da polipo, manicotti e guanti di protezione, mentre la Tuta #4, Teatro del non detto, è un abito-teatrino con sipario, fondale e 5 marionette vestite con le stesse 5 tute del progetto. Infine la Tuta #5, Scrittura per non sparire, grazie a una fornitura speciale – un bracciale, una polsiera e un gambale con lunghe matite da carpentiere – invita a tracciare segni sulla parete, riappropriandosi dello spazio attraverso il disegno e la scrittura.

Marzia Migliora, Tuta #2, Voce di paesaggio, 2024 - Ph. Fausto Brigantino
Marzia Migliora, Tuta #2, Voce di paesaggio, 2024 – Ph. Fausto Brigantino

Dentro e oltre il senso della fine

Se il progetto di Marzia Migliora per Abatellis ci porta dentro l’urgenza del fare, del dire, del costruire, mettendo in piedi un’officina di testi, dialoghi, simboli, mestieri, legami, per contrasto il panorama di fronte è incarnazione pittorica del sentimento della fine: il Trionfo di una morte che porta con sé il flagello della peste, nemico di un’Europa messa in ginocchio troppo a lungo, secoli fa. E così aleggiano l’ombra del peccato, la violenza, la vertigine dell’abisso, l’assenza di Dio (nel dolore) ma anche la sua essenza (nelle oscure leggi del mondo e nella promessa di resurrezione).
Il catalogo di espressioni e di reazioni leggibile nei personaggi dell’affresco palermitano racconta tutta la complessità dell’umana percezione della morte stessa, spesso ingiusta, crudele, certamente imperscrutabile. Ci sono la rabbia, lo sdegno, la malinconia, la resa, la paura, l’attesa, lo sbigottimento, la cura dell’altro che spira al nostro fianco.
Spiega Cometa in un passaggio del suo libro: “I religiosi nell’affresco sono devoti alla Morte che non li ascolta, i laici sanno prendersi cura dei morenti. Fino all’ultimo respiro. Il Dio che il giovane morente in primo piano cerca con gli occhi è ormai definitivamente absconditus”. Un Dio nascosto, nell’illogica furia dell’orrore. Ma quel mistero, quell’assenza, è in fondo condizione d’esistenza, è il buio di cui necessita il sole per definire i contorni delle cose.
Da qui viene, in chiave mistica, lo “stupore abbagliante della fine”, per dirla con Michel De Certeau: “Una luce senza limite, senza differenza, in qualche modo neutra e continua. Non è possibile parlarne che relativamente alle nostre care attività, che vi si annullano. Non c’è più lettura là dove i segni non sono più allontanati e deprivati da ciò che designano”. La visione ultima, al cospetto dell’assoluto, racconta la sospensione di ogni visibilità e di ogni nascondimento, laddove, sparendo il segreto delle cose, sono le cose stesse a dissolversi come pulviscolo aurorale.
Proprio quei “segni” e quelle “care attività”, nel teatro dell’umano, costituiscono un approdo ed un appiglio, il cui suono vivace è tutt’uno con il controcanto di una morte necessaria, di un mistero che pungola il pensiero, di una pena che genera l’immagine ed il verso. A partire da quel vuoto fondativo, miracolosamente, il senso continua a venire.

Helga Marsala

L’articolo "Il progetto sociale di Marzia Migliora a Palermo. In dialogo con il Trionfo della Morte" è apparso per la prima volta su Artribune®.

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Quasi mezzo secolo di danza contemporanea dalla prospettiva di una realtà della provincia italiana che ha saputo proporsi come punto di incontro e riferimento internazionale. A parlare è la storia dell’associazione culturale Oriente Occidente, fondata a Rovereto nel 1981 e basata sulla pratica e la cultura del dialogo. Un impegno concretizzato attraverso il linguaggio della danza, quel linguaggio universale dei corpi “che per sua definizione supera i confini: di lingua, di etnia, di genere, di età, di cultura. Con uno sguardo visionario e di eccellenza”. E, per l’appunto, oltrepassando qualsiasi barriera: tra l’est e l’ovest, tra il nord e il sud, tra la forma e il contenuto, tra l’etica e l’estetica, tra il passato e il futuro. Per una società più libera, accogliente e aperta alle differenze.

I 45 anni di Oriente Occidente. La storia

In 45 anni di attività, che nel 2025 vengono celebrati dall’associazione con iniziative speciali e nuovi strumenti da condividere, Oriente Occidente ha perseguito la sua missione innanzitutto attraverso l’organizzazione dell’Oriente Occidente Dance Festival, che oggi rappresenta una delle più importanti rassegne di danza contemporanea italiana, conosciuto in tutto il mondo. L’idea, sin dalle origini, è stata quella di portare a Rovereto le reciproche influenze esercitate dalla tradizione artistica orientale sulla sperimentazione occidentale e viceversa. E su queste premesse, dal 2003, l’associazione gestisce anche un Centro Internazionale della Danza (CID) per attività di produzione, formazione e diffusione della cultura della danza, aperto a danzatori e danzatrici che vogliono perfezionarsi, a compagnie che trovano casa per residenze artistiche, alla comunità tutta.

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Yoko Omori Oriente Occidente Studio Foto Giulia Lenzi
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Yoko Omori Oriente Occidente Studio Foto Giulia Lenzi
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Un due tre stella ph.Asia Azzolini
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L’archivio digitale di Oriente Occidente. Un osservatorio sulla danza contemporanea

Ecco perché riveste un particolare interesse per usufruire di un osservatorio sull’evoluzione della disciplina nelle sue forme più aggiornate e sperimentali il nuovo Archivio digitale che Oriente Occidente condivide per celebrare l’anniversario del 2025. Liberamente accessibile sul sito dell’associazione, l’archivio è frutto di un lavoro di censimento e digitalizzazione intrapreso nel 2022 per rendere disponibili online materiali che risalgono a tutte le passate edizioni del Festival, finanziato grazie al progetto dell’Unione europea – Next Generation EU – PNRR Transizione Digitale Organismi Culturali e Creativi e con il contributo di Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto. Nel portale confluiscono i poster prodotti per il festival, le immagini, i video, le schede degli spettacoli, degli artisti e dei coreografi che sono passati in città dal 1981 a oggi. Ma anche la memoria delle residenze artistiche e dei progetti di comunità che hanno fatto di Oriente Occidente una vera e propria casa della danza su modello europeo, un centro in cui giovani talenti trovano sostegno alle produzioni, uno spazio dove chi ama l’arte scenica può coltivare una passione. Si scoprono così storie di artisti e artiste provenienti da ogni parte del mondo, performance che hanno rivoluzionato la danza contemporanea, incontri tra diverse culture e visioni. Il progetto è stato pensato e guidato dall’ufficio comunicazione di Oriente Occidente, grazie al contributo e all’esperienza nel lavoro di archivio di Francesca Venezia, mentre la parte tecnica è stata curata da Cantiere Creativo, web agency che da diversi anni è partner di Oriente Occidente anche grazie all’esperienza in tema di accessibilità digitale.

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Giornata internazionale danza Foto Giulia Lenzi
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Giornata internazionale danza Foto Giulia Lenzi
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La danza e l’arte nella programmazione di Oriente Occidente

Ma il 2025 rafforzerà anche le linee guida che orientano la programmazione dell’associazione, fondata su tre filoni complementari (Studio, People, Festival). Come ogni anno, l’appuntamento con il Festival è previsto per la fine dell’estate (dal 5 al 14 settembre), e si rinnova anche l’impegno verso l’attivazione di residenze artistiche. Mentre per la sezione People, dedicata alla costruzione di relazioni significative attraverso l’arte e allo sviluppo di progetti che promuovano il riconoscimento e il rispetto delle diversità, si registrano le novità più significative. Nei prossimi mesi, infatti, si amplierà la collaborazione già in essere con il Mart intorno a D.Arte, un progetto coreografico di ricerca tra arte e danza. D.Arte coinvolgerà artiste e artisti della danza e del movimento in un percorso di creazione all’interno delle sale del museo, che troverà il momento di condivisione con il pubblico il 4 ottobre, in occasione della Giornata del Contemporaneo. E nuovi progetti prenderanno forma in collaborazione con il Museo Civico di Rovereto e con il Muse. Nuova è la convenzione siglata con la Fondazione Museo storico del Trentino, sulla scorta di una proficua collaborazione sui temi legati agli archivi e alla realizzazione di progetti documentaristici che uniscono memoria e contemporaneo attraverso lo strumento dell’arte scenica e del corpo.
Livia Montagnoli

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Dai laboratori di cucina e falegnameria, passando per quelli di danza thai e cucito, fino all’inaugurazione dell’Audioteca per il ristoro emotivo ideata da Franco Mussida e la mostra con le fotografie di Guido Harari: in occasione della Milano Civil Week 2025 – dal titolo L’Europa siamo noi e in programma il 9, 10 e 11 maggio – la Casa dell’accoglienza “Enzo Jannacci” si apre alla città con un programma gratuito e inclusivo.

Che cos’è la Casa dell’accoglienza “Enzo Jannacci” a Milano

È dedicata al cantautore milanese Enzo Jannacci (Milano, 1935 – 2013), che attraverso il suo impegno sociale (e le sue canzoni) ha sempre raccontato le storie e le vite degli ultimi, la Casa dell’accoglienza di Via Ortles 69 a Milano, nel quartiere Corvetto. A lui intitolata dal 2014, dal 2023 la struttura che accoglie temporaneamente circa 550 persone tra singoli e nuclei familiari è diventata anche centro di assistenza polifunzionale, con attività dedicate a tutta la cittadinanza: alla cogestione, oltre al Comune di Milano, partecipano anche Medihospes e Fondazione Progetto Arca, oltre ad Ambiente Acqua, Cumse, Cura e Riabilitazione, Fondazione Progetto Mirasole, International Rescue Committee, Kayros e Naturalia.

A Milano gli eventi di Casa Jannacci per la Civil Week 2025

Così da venerdì 9 a domenica 11 maggio, la casa ospita numerose iniziative con la partecipazione speciale di Ornella Vanoni, chiamata a inaugurare l’Audioteca, e il figlio di Enzo Jannacci Paolo che si esibirà domenica con i musicisti e artisti del Cpm Music Institute e gli ospiti della comunità di don Claudio Burgio e Claudio Sanfilippo.

Il programma di Casa Jannacci

Tra gli appuntamenti, la tavola rotonda sul tema Casa Jannacci: una risorsa per Milano, i laboratori di falegnameria, cucina, pittura per bambini e una sessione di Tai Chi, oltre a un’esposizione di manufatti degli ospiti di Casa Jannacci. Ma anche lo spettacolo teatrale Ogni strada ha il suo passo, con il coinvolgimento degli ospiti del centro. Nel pomeriggio di domenica, invece, si terrà l’inaugurazione della mostra fotografica Eccomi! Guido Harari per Casa Jannacci, che racconta gli sguardi di chi abita la Casa dell’accoglienza: “Questa mostra nasce come estensione dei miei ‘Ritratti sospesi’, realizzati a persone assistite da associazioni e strutture del Terzo settore a Milano, col desiderio di restituire dignità e visibilità a esistenze costrette a vivere sottotraccia. Rimane fortissima in me l’utopia di una società inclusiva che non lasci indietro nessuno. Queste fotografie non vanno semplicemente guardate: saranno piuttosto loro a guardarci attraverso, ponendo eterni quesiti ai quali la nostra coscienza è chiamata a rispondere”, ha commentato Harari.
Caterina Angelucci
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L’articolo "Una grande casa di accoglienza di Milano diventa spazio culturale per tre giorni: mostre, concerti, incontri" è apparso per la prima volta su Artribune®.

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Nell’ultimo decennio il fumetto italiano ha conosciuto una crescita significativa e mai prima d’oggi registrata. Da linguaggio marginale è diventato fenomeno culturale, anche grazie a figure mediatiche di successo come Gipi, Fumettibrutti e Zerocalcare, capaci di insinuarsi nelle librerie dei non conoscitori espandendo il raggio di interesse di questa tipologia di letteratura. 

A raccontare l’ascesi della nona arte del nostro Paese è il documentario Generazione fumetto, il progetto cinematografico diretto dal regista Omar Rashid (già autore di documentario Lockdown 2020 – L’Italia invisibile).

Il nuovo film “Generazione fumetto”

Recentemente presentato al Comicon di Napoli, e protagonista al prossimo Best Movie Comics and Games, evento dedicato alla cultura pop in programma a Milano il 7 e l’8 giugno, il film è un viaggio all’interno di un settore in crescita e da anni al centro di una straordinaria attenzione mediatica.

I protagonisti del fumetto italiano

A raccontare gli sviluppi di questa disciplina sono gli stessi fumettisti, chiamati ad aprire le porte dei propri studi conducendo il pubblico – soprattutto quello dei non addetti ai lavori – dietro le quinte delle proprie ricerche espressive. Tra loro Mirka Andolfo, Giacomo Bevilacqua, Rita Petruccioli, Sara Pichelli, Maicol & Mirco, Sio eZerocalcare.

Il docufilm per chi legge fumetti

“Generazione Fumetto è un documentario intimo e approfondito che esplora l’evoluzione, l’influenza e le prospettive del fumetto italiano contemporaneo”, si legge nella sinossi ufficiale diffusa dalla casa di produzione. “Partendo da sette artisti emblematici della nuova generazione – Zerocalcare, Giacomo Bevilacqua (Keison), Michael Rocchetti (Maicol & Mirco), Simone Albrigi (Sio), Mirka Andolfo, Sara

Pichelli e Rita Petruccioli – il film indaga lo status del fumetto come linguaggio artistico, la sua evoluzione, il suo impatto sulla cultura, e le possibili traiettorie future”. Prodotta e distribuita da Valmyn, la pellicola farà il suo debutto nelle sale dopo l’estate.

Alex Urso

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La luce e la sua assenza esercitano sull’artista Serena Fineschi (Siena, 1973) una fascinazione di lungo corso. Nel 2014, l’artista toscana spegneva l’illuminazione pubblica della sua città per tre interminabili minuti, dalle 22 alle 22.03 dell’11 ottobre. Una performance urbana diventata happening collettivo, installazione e mostra a cielo aperto: una sospensione del tempo significativamente ribattezzata Stato di grazia, trasformazione improvvisa e non comunicata dello spazio del quotidiano concepita da Fineschi come un invito a prendersi cura del presente.

Assistere il buio. Elena Bellantoni
Assistere il buio. Elena Bellantoni

“Assistere il buio”. Diciassette lanterne d’artista per l’illuminazione pubblica di Siena

Oltre dieci anni dopo quell’evento prodotto da Brick Centro per la ricerca e la cultura contemporanea con la collaborazione del Comune di Siena, l’artista senese torna a confrontarsi con il tema, però in direzione opposta, proponendosi di restituire nuova luce al centro della città, con il coinvolgimento di altri sedici artisti. Assistere il buio è il progetto promosso dal Rotary Club Siena (con il supporto di Opera Laboratori e Palazzo delle Papesse, perché “in linea con il ruolo che Palazzo delle Papesse ha deciso di avere all’interno dell’offerta culturale della città”, sottolinea Stefano Di Bello) che la vede nel ruolo di ideatrice e curatrice, oltre che artista direttamente coinvolta nella realizzazione dell’iniziativa che mira a far riflettere sul ruolo dell’arte pubblica e sulla sua capacità di accendere nuovi punti di vista.
L’idea è quella di immaginare una nuovo geografia cittadina intervenendo sulle storiche lanterne senesi, che seppur di fattezze medievali furono installate nel centro storico solo nel secondo Dopoguerra: forgiate in ferro battuto da artigiani locali, le lanterne sono diventate un simbolo identitario dell’abitato antico, assumendo un valore culturale – architettonico, paesaggistico, emotivo – che va ben oltre l’adempimento  della loro funzione. “Questo progetto” spiegaFineschi “riflette sulla relazione tra luce e memoria urbana, restituendo alle lanterne del centro storico non solo un ruolo poetico e narrativo, ma trasformandole in una punteggiatura che genera una nuova geografia cittadina. L’illuminazione pubblica non è solo una questione funzionale, ma anche emotiva e simbolica. Sono orgogliosa di donare alla mia città questo progetto, reso possibile dalla sensibilità e generosità di tutti gli artisti coinvolti”.

Assistere il buio. Fabrizio Cotognini1 / 17
Assistere il buio. Fabrizio Cotognini
Assistere il buio. Serena Fineschi2 / 17
Assistere il buio. Serena Fineschi
Assistere il buio. Bianco-Valente3 / 17
Assistere il buio. Bianco-Valente
Assistere il buio. Alice Cattaneo4 / 17
Assistere il buio. Alice Cattaneo
Assistere il buio. Elena El Asmar5 / 17
Assistere il buio. Elena El Asmar
Assistere il buio. Flavio Favelli6 / 17
Assistere il buio. Flavio Favelli
Assistere il buio. Frabrizio Prevedello7 / 17
Assistere il buio. Frabrizio Prevedello
Assistere il buio. Francesco Carone8 / 17
Assistere il buio. Francesco Carone
Assistere il buio. Gianni Caravaggio9 / 17
Assistere il buio. Gianni Caravaggio
Assistere il buio. Giovanni Termini10 / 17
Assistere il buio. Giovanni Termini
Assistere il buio. Loredana Longo11 / 17
Assistere il buio. Loredana Longo
Assistere il buio. Loris Cecchini12 / 17
Assistere il buio. Loris Cecchini
Assistere il buio. Luca Pancrazzi13 / 17
Assistere il buio. Luca Pancrazzi
Assistere il buio. Remo Salvadori14 / 17
Assistere il buio. Remo Salvadori
Assistere il buio. Sissi15 / 17
Assistere il buio. Sissi
Assistere il buio. Elena Bellantoni16 / 17
Assistere il buio. Elena Bellantoni
Assistere il buio. Maurizio Nannucci17 / 17
Assistere il buio. Maurizio Nannucci
Assistere il buio. Fabrizio Cotognini
Assistere il buio. Serena Fineschi
Assistere il buio. Bianco-Valente
Assistere il buio. Alice Cattaneo
Assistere il buio. Elena El Asmar
Assistere il buio. Flavio Favelli
Assistere il buio. Frabrizio Prevedello
Assistere il buio. Francesco Carone
Assistere il buio. Gianni Caravaggio
Assistere il buio. Giovanni Termini
Assistere il buio. Loredana Longo
Assistere il buio. Loris Cecchini
Assistere il buio. Luca Pancrazzi
Assistere il buio. Remo Salvadori
Assistere il buio. Sissi
Assistere il buio. Elena Bellantoni
Assistere il buio. Maurizio Nannucci

“Assistere il buio”. Il percorso urbano tra le lanterne d’artista

Dunque ciascuno degli artisti chiamati a raccolta da Serena Fineschi si è confrontato con una lanterna, coprendo ogni rione della città (diciassette come gli artisti partecipanti), negli angoli più nascosti e nei vicoli secondari, con l’obiettivo di condurre l’osservatore alla scoperta di uno spazio urbano più intimo, attraverso la bellezza dell’arte. Il 9 maggio il percorso inaugura ufficialmente con l’incontro con gli artisti nella corte interna di Palazzo delle Papesse, ma gli interventi sulle lanterne sono già visibili da qualche giorno. E saranno permanenti, proprio per perpetuare l’incontro tra passato e presente, benedetto dalla dimensione della notte, in un dialogo tra luce e ombra. 
In tal senso il progetto risponde alla missione dell’arte pubblica, chiamando cittadini e turisti alla partecipazione: chi passeggerà per il centro storico di Siena, d’ora in avanti, potrà muoversi alla ricerca delle lanterne d’artista, abbandonando i tracciati più battuti, modificare la rotta, affacciandosi a nuovi scorci e punti di vista. Così, attraverso la visione degli artisti, Assistere il buio si propone di illuminare una Siena diversa, più connessa con la sua identità, e di promuovere il turismo responsabile.
Per aiutare i viandanti esploratori a orientarsi, il Palazzo delle Papesse – ideale luogo di partenza e arrivo della passeggiata attraverso i diciassette rioni della città – ospiterà una serie di indizi che hanno dato origine ai diversi interventi d’artista. Tutta la mappa del percorso è comunque disponibile online sul sito del progetto.

Gli artisti di “Assistere il buio”

Gli artisti che hanno partecipato al progetto sono Elena Bellantoni, Bianco-Valente, Gianni Caravaggio, Francesco Carone, Alice Cattaneo, Loris Cecchini, Fabrizio Cotognini, Elena El Asmar, Flavio Favelli, Serena Fineschi, Loredana Longo, Maurizio Nannucci, Luca Pancrazzi, Fabrizio Prevedello, Remo Salvadori, Sissi, Giovanni Termini.

Assistere il buio. La mappa del percorso
Assistere il buio. La mappa del percorso

Il percorso tra le lanterne d’artista nel centro di Siena

Serena Fineschi – Via dei Percennesi
Maurizio Nannucci – Via Tommaso Pendola
Elena Bellantoni – Vicolo dei Monelli
Loris Cecchini – Vicolo del Contino
Luca Pancrazzi – Vicolo di San Girolamo
Sissi – Vicolo del Trapasso
Fabrizio Cotognini – Vicolo della Pallacorda
Elena El Asmar – Via Paparoni
Remo Salvadori – Via dell’Abbadia
Flavio Favelli – Vicolo degli Orbachi
Loredana Longo – Via delle Vergini
Gianni Caravaggio – Vicolo del Viscione
Fabrizio Prevedello – Via Sallustio Bandini (mensa universitaria)
Giovanni Termini – Via di Fieravecchia
Bianco-Valente – Vicolo di San Clemente
Alice Cattaneo – Vicolo della Fortuna/Luparello
Francesco Carone – Vicolo Ugurgieri
Livia Montagnoli

L’articolo "17 interventi permanenti d’artista (uno per contrada) su 17 lanterne dell’illuminazione pubblica di Siena" è apparso per la prima volta su Artribune®.

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