Octubre 21, 2026

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Racconta tre generazioni di artisti italiani che si muovono tra Milano, Berlino, Zurigo e Ginevra l’ultima mostra presentata dal project space Circolo, sede milanese della Saikalis Bay Foundation. Visitabile fino al 10 maggio 2025 al piano nobile di un palazzo ottocentesco in Via della Spiga 48, l’esposizione propone una nuova narrativa dell’idea di casa, decostruendone lo stereotipo borghese.

A Milano la mostra “There’s No Place Like Home” da Circolo

Classica, accogliente, seducente, disfunzionale, scomoda, politica: There’s No Place Like Home, a cura di Cloe Piccoli, prende le mosse dalle ricerche di Judy Chicago e Miriam Schapiro, oltre ai lavori di Dan Graham e Robert Smithson, considerati alcuni tra i contributi più interessanti sull’idea di domesticità. “Attraverso questa prospettiva analitica, la mostra decostruisce lo stereotipo della casa borghese e le strutture di potere sottese al concetto tradizionale di abitare, smascherando le matrici patriarcali, egemoniche ed eteronormative che lo informano”, spiegano da Circolo.

There’s No Place Like Home, installation view at Circolo, Milano, 2025. Photo Agnese Bedini DSL Studio1 / 7
There’s No Place Like Home, installation view at Circolo, Milano, 2025. Photo Agnese Bedini DSL Studio
There’s No Place Like Home, installation view at Circolo, Milano, 2025. Photo Agnese Bedini DSL Studio2 / 7
There’s No Place Like Home, installation view at Circolo, Milano, 2025. Photo Agnese Bedini DSL Studio
There’s No Place Like Home, installation view at Circolo, Milano, 2025. Photo Agnese Bedini DSL Studio3 / 7
There’s No Place Like Home, installation view at Circolo, Milano, 2025. Photo Agnese Bedini DSL Studio
There’s No Place Like Home, installation view at Circolo, Milano, 2025. Photo Agnese Bedini DSL Studio4 / 7
There’s No Place Like Home, installation view at Circolo, Milano, 2025. Photo Agnese Bedini DSL Studio
There’s No Place Like Home, installation view at Circolo, Milano, 2025. Photo Agnese Bedini DSL Studio5 / 7
There’s No Place Like Home, installation view at Circolo, Milano, 2025. Photo Agnese Bedini DSL Studio
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There’s No Place Like Home, installation view at Circolo, Milano, 2025. Photo Agnese Bedini DSL Studio
There’s No Place Like Home, installation view at Circolo, Milano, 2025. Photo Agnese Bedini DSL Studio7 / 7
There’s No Place Like Home, installation view at Circolo, Milano, 2025. Photo Agnese Bedini DSL Studio
There’s No Place Like Home, installation view at Circolo, Milano, 2025. Photo Agnese Bedini DSL Studio
There’s No Place Like Home, installation view at Circolo, Milano, 2025. Photo Agnese Bedini DSL Studio
There’s No Place Like Home, installation view at Circolo, Milano, 2025. Photo Agnese Bedini DSL Studio
There’s No Place Like Home, installation view at Circolo, Milano, 2025. Photo Agnese Bedini DSL Studio
There’s No Place Like Home, installation view at Circolo, Milano, 2025. Photo Agnese Bedini DSL Studio
There’s No Place Like Home, installation view at Circolo, Milano, 2025. Photo Agnese Bedini DSL Studio
There’s No Place Like Home, installation view at Circolo, Milano, 2025. Photo Agnese Bedini DSL Studio

 “There’s No Place Like Home”: gli artisti

Sono Antonio Allevi, Fabio Cherstich, Caterina De Nicola, Elisabetta Laszlo, Beatrice Marchi, Emanuele Marcuccio, NM3, Gianni Pettena, Markus Schinwald, Davide Stucchi, Sabrina Zanolini gli artisti invitati a riflettere sul tema. Tra pittura, scultura, performance, opere ambientali, disegni e video, ogni opera sfida lo spazio dell’istituzione, l’idea di mostra e quella di opera d’arte stessa.

“There’s No Place Like Home” nelle parole della curatrice Cloe Piccoli

“There’s No Place Like Home è una libera interpretazione, uno sguardo parziale, che distilla identità, pensieri, opere, tracce e frammenti di un fare artistico, poetico, politico e internazionale. There’s No Place Like Home invita artisti, registi, architetti di tre generazioni nati fra gli Anni Ottanta e gli Anni Zero e li coinvolge a riflettere sull’idea di casa. Il risultato è un percorso costellato d’identità, ossessioni, pensieri critici, paure e desideri dall’abisso dell’antropocene”, racconta la curatrice Cloe Piccoli.
Caterina Angelucci
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Curato da Liene Jākobsone – architetta, designer, socia fondatrice dello studio di architettura e design SAMPLING, con sede a Riga, nonché ricercatrice e direttrice dell’Institute of Contemporary Art, Design and Architecture presso l’Art Academy of Latvia – e Ilka Ruby – curatrice, autrice e co-fondatrice della casa editrice indipendente Ruby Press, specializzata in architettura e pratiche spaziali –, LANDSCAPE OF DEFENCE è il progetto con cui la Lettonia prende parte alla 19. Mostra Internazionale di Architettura. Allestito alle Artiglierie dell’Arsenale, affronta il tema della difesa nazionale del paese baltico, in seguito alle conseguenze del conflitto in Ucraina sull’intera area. Cosa vuol dire vivere in prossimità di una guerra? In quale modo la condizione di vulnerabilità incide nell’ambiente costruito? Ne abbiamo discusso con la curatrice del progetto.

Liene Jākobsone. Photo Reinis Hofmanis
Liene Jākobsone. Photo Reinis Hofmanis

Biennale Architettura 2025: intervista alla curatrice del Padiglione Lettonia

Com’è cambiata la percezione della sicurezza in Lettonia dopo lo scoppio della guerra in Ucraina?
Liene Jākobsone: L’invasione russa dell’Ucraina ha avuto, e ha tuttora, un enorme impatto sull’intera regione dell’Europa orientale, compresi gli Stati Baltici. C’è stata una mobilitazione attiva, sia militare che civile. Le persone si impegnano nell’assistenza ai rifugiati ucraini, ricevendo così testimonianze di prima mano dal fronte; si preparano anche al peggio, mentalmente e concretamente. Da un lato, le persone sono molto preoccupate per il futuro e temono l’aggressione russa; dall’altro cresce il senso di empowerment e l’orgoglio per ciò che la Lettonia come nazione sovrana.

In che modo è cambiato il confine fisico tra Lettonia, Russia e Bielorussia in questi anni?
LJ: Ci sono stati lavori di fortificazione molto intensi del confine fisico. È stata costruita una recinzione continua, lunga circa 450 km, in rete d’acciaio e filo spinato. Lungo la recinzione sono presenti un percorso di pattugliamento e diverse tecnologie di sorveglianza, come telecamere e sensori. Poiché il confine attraversa diversi laghi, alcuni di essi sono persino dotati di pontili galleggianti per il pattugliamento che delimitano il confine fisico sull’acqua. Sono presenti anche diversi ostacoli alla mobilità, come i “denti di drago” in cemento e i “ricci” in acciaio, posizionati in punti specifici lungo il confine. Vengono stoccati in grandi quantità lungo le strade principali o dispiegati in un sistema difensivo coerente. Oltre a questo, che rappresenta l’aspetto più visibile dei cambiamenti del paesaggio, si stanno costruendo o adattando anche altri tipi di infrastrutture per l’addestramento, gli alloggi, i magazzini, le comunicazioni e altre esigenze militari.

Biennale Architettura 2025, Padiglione Lettonia, Landscape of Defence. Photo Michiel De Cleene1 / 8
Biennale Architettura 2025, Padiglione Lettonia, Landscape of Defence. Photo Michiel De Cleene
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Biennale Architettura 2025, Padiglione Lettonia, Landscape of Defence. Photo Michiel De Cleene
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Biennale Architettura 2025, Padiglione Lettonia, Landscape of Defence. Photo Michiel De Cleene
Ilka Ruby. Copyright Ruby Press7 / 8
Ilka Ruby. Copyright Ruby Press
Liene Jākobsone. Photo Reinis Hofmanis8 / 8
Liene Jākobsone. Photo Reinis Hofmanis
Biennale Architettura 2025, Padiglione Lettonia, Landscape of Defence. Photo Michiel De Cleene
Biennale Architettura 2025, Padiglione Lettonia, Landscape of Defence. Photo Michiel De Cleene
Biennale Architettura 2025, Padiglione Lettonia, Landscape of Defence. Photo Michiel De Cleene
Biennale Architettura 2025, Padiglione Lettonia, Landscape of Defence. Photo Michiel De Cleene
Biennale Architettura 2025, Padiglione Lettonia, Landscape of Defence. Photo Michiel De Cleene
Biennale Architettura 2025, Padiglione Lettonia, Landscape of Defence. Photo Michiel De Cleene
Ilka Ruby. Copyright Ruby Press
Liene Jākobsone. Photo Reinis Hofmanis

Vivere vicino alla Russia, negli anni della guerra in Ucraina

Lei ha dichiarato: “La difesa nazionale è un processo continuo, da riconoscere e accettare”. Pensa quindi che dovremmo rassegnarci a un futuro senza pace?
LJ: Vivere vicino alla Russia ci ha insegnato che bisogna sempre essere preparati al peggio, dato che questo Paese continua a invadere i suoi vicini anche nel XXI secolo. Questa prospettiva è difficile da comprendere da un’altra posizione geografica, soprattutto dall’Europa occidentale, come dimostra la domanda stessa. Per la Lettonia, investire nella difesa e nelle infrastrutture difensive significa garantire un futuro di pace. Non puntiamo alla guerra o al conflitto, ma piuttosto a impedirne l’accadimento. Allo stesso tempo, rappresenta un enorme onere per il nostro Paese: finanziariamente, emotivamente, dal punto di vista ambientale: saremmo ovviamente lieti di non trovarci nella posizione in cui tali misure di sicurezza siano necessarie. Tuttavia, poiché sappiamo che con un vicino come la Russia la sovranità del nostro Paese è minacciata e deve essere protetta, dobbiamo accettare queste misure di sicurezza come inevitabili.

Immagina che sarà di nuovo difficile spostarsi liberamente nel mondo?
Per quanto riguarda la libertà di movimento e di parola, si tratta di un valore estremamente importante in Lettonia, considerando che le persone qui ne sono state private per 50 anni, durante l’occupazione sovietica. Le misure difensive sono quelle che ci permettono di salvaguardare la nostra sovranità e la nostra democrazia, che include la libertà di viaggiare ed esprimere l’opinione personale senza timore di essere perseguitati, come accade in Russia.

Biennale Architettura 2025, Padiglione Lettonia, Landscape of Defence. Photo Michiel De Cleene
Biennale Architettura 2025, Padiglione Lettonia, Landscape of Defence. Photo Michiel De Cleene

Il progetto del Padiglione Lettonia alla Biennale Architettura 2025

Quali sono gli aspetti salienti del progetto di allestimenti progettato degli studi lettoni SAMPLING e NOMAD?
LJ: La mostra del padiglione lettone si propone di offrire un primo sguardo sulla zona di confine della Lettonia. Entrando nel padiglione, ci si trova di fronte a enormi oggetti di un giallo brillante che probabilmente rimarranno inosservati a prima vista. Si tratta di repliche in scala 1:1 degli elementi di difesa, accompagnate da un elemento vernacolare della campagna lettone: la panchina in tronchi di legno. Tutti questi oggetti sono resi astratti dal materiale e dal colore, ma al visitatore trasmettono il senso della scala dimensionale. Al centro del padiglione si trova un palo con diverse telecamere di sorveglianza e una serie di schermi TV che sembrano mostrare filmati delle medesime telecamere. Nei video si possono vedere scene della zona di confine lettone e ascoltare le storie di chi vive e lavora lì. Inoltre, è presente una mappa illustrativa di una regione di confine più ampia – o LANDSCAPE OF DEFENCE – che mostra l’impatto delle misure di difesa sul territorio, sia graficamente che testualmente.

LANDSCAPE OF DEFENCE si concentra sul contesto lettone, ma i vostri problemi sono ormai comuni e non solo in Europa. C’è una sorta di “messaggio universale” nel vostro progetto?
LJ: In effetti, la decisione di parlare di questi temi in un evento come la Biennale di Venezia è stata motivata dalla consapevolezza che non si tratta solo di un problema locale – ha un impatto fisico a livello locale, ma ha anche una ripercussione globale. Il confine lettone è anche il confine esterno dell’UE e della NATO, e l’integrità territoriale della Lettonia significa anche l’integrità territoriale di queste unioni internazionali. Il nostro messaggio è, in un certo senso, un segnale d’allarme.

Ovvero?
Vogliamo attirare l’attenzione sui problemi di questa regione d’Europa, nel frattempo esprimiamo la nostra volontà di fare tutto il necessario per mantenere la pace e valori come la democrazia, la libertà di parola e di movimento, e per rimanere parte integrante del mondo occidentale. Ma dal punto di vista dell’architettura e della pianificazione territoriale, vogliamo avviare una discussione, sia a livello locale che internazionale, su come affrontare funzioni come la difesa militare in modo che abbiano il minimo impatto negativo possibile sulle persone e sull’ambiente. Sappiamo che queste strutture sono destinate a durare a lungo, quindi come possiamo, collettivamente, garantire che siano ben progettate per durare e come possano contribuire a uno sviluppo positivo della regione grazie a una maggiore sicurezza e a maggiori investimenti finanziari? Sono le domande che poniamo quest’anno con il Padiglione Lettone.
Valentina Silvestrini
Padiglione della Lettonia, Biennale Architettura 2025
LANDSCAPE OF DEFENCE

Artiglierie dell’Arsenale

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Alla fine del 2023, la sede londinese della Zabludowicz Collection, project space dedicato all’arte contemporanea fondato dai collezionisti Anita e Poju Zabludowicz, chiudeva battenti dopo 16 anni di attività. La galleria, ospitata negli spazi di un’ex chiesa metodista di Camden, era diventata nel tempo un punto di riferimento per gli artisti emergenti in città, accogliendo oltre 250mila visitatori, con un lavoro focalizzato soprattutto sull’arte digitale. Oggi l’attività prosegue a New York e sull’isola finlandese di Sarvisalo, dove parte della collezione è esposta in modo permanente e la coppia organizza un programma biennale di residenze artistiche.

lex chiesa metodista di belsize park a londra L’ex chiesa ottocentesca di Londra che diventa spazio per l’arte contemporanea1 / 3
L’ex chiesa metodista di Belsize Park a Londra
lex chiesa metodista di belsize park a londra 1 L’ex chiesa ottocentesca di Londra che diventa spazio per l’arte contemporanea2 / 3
L’ex chiesa metodista di Belsize Park a Londra
lex chiesa metodista di belsize park a londra 2 L’ex chiesa ottocentesca di Londra che diventa spazio per l’arte contemporanea3 / 3
L’ex chiesa metodista di Belsize Park a Londra
lex chiesa metodista di belsize park a londra L’ex chiesa ottocentesca di Londra che diventa spazio per l’arte contemporanea
lex chiesa metodista di belsize park a londra 1 L’ex chiesa ottocentesca di Londra che diventa spazio per l’arte contemporanea
lex chiesa metodista di belsize park a londra 2 L’ex chiesa ottocentesca di Londra che diventa spazio per l’arte contemporanea

Camden Art Projects. L’arte contemporanea nell’ex chiesa ottocentesca di Belsize Park

Anche l’edificio in stile Corinzio di Camden, però, si appresta a riaprire le porte al pubblico, ancora una volta come spazio espositivo. Costruito tra il 1867 e il 1871 come luogo di culto di riferimento per l’area di Belsize Park, nel 1963 lo spazio fu ceduto al London Drama Centre, che vi insediò una delle più prestigiose accademie di recitazione del Regno Unito, fino al trasferimento del 2004. Solo qualche anno più tardi – era il 2007 – dopo una ristrutturazione rispettosa della storia dell’edificio, affidata allo studio AHMM (Allford Hall Monaghan e Morris), i coniugi Zabludowicz sancivano la riconversione dell’ex chiesa in galleria d’arte. Nel frattempo, dalla metà degli Anni Settanta, il complesso è stato riconosciuto monumento nazionale (Grade II) iscritto nella lista degli edifici storici da tutelare.
Uno status che non confligge con il debutto del Camden Art Projects, in programma per il prossimo 9 maggio. Al numero 176 di Prince of Wales Road, il nuovo spazio si prefigge di promuovere l’arte contemporanea e il cinema, ed esordisce con un progetto di “ritorno”. 

martin creed work no 3891 half the air in a given space L’ex chiesa ottocentesca di Londra che diventa spazio per l’arte contemporanea
Martin Creed, Work No. 3891 Half the air in a given space

La mostra di Martin Creed al Camden Art Projects

La mostra inaugurale curata da Hala Matar, infatti, è dedicata all’opera di Martin Creed (Wakefield, 1986), insignito nel 2001 del Turner Prize. Fulcro dell’esposizione sarà l’installazione immersiva Work No. 3891 Half the air in a given space, presentata per la prima volta nel 2014 alla Hayward Gallery di Londra, e poi allestita a più riprese nel mondo, con accorgimenti studiati sul contesto. Anche a Camden, l’opera inviterà i visitatori a interagire con i palloncini che invadono lo spazio, facendosi strada con le mani per conquistare l’uscita, diventando così parte attiva dell’installazione e sperimentando la relazione con l’architettura con un approccio inaspettato.
Sulla facciata dell’ex chiesa, invece, sarà esposta la scritta al neon che dà il titolo alla mostra, Work No. 1086: EVERYTHING IS GOING TO BE ALRIGHT (2011).

Un nuovo centro culturale per Londra. Tra arte, cinema e croissant

Il progetto di lancio del Camden Art Projects sarà occasione per scoprire i nuovi ambienti allestiti all’interno dell’edificio, che d’ora in avanti ospiterà anche una sala proiezioni, confermando l’intenzione di proporsi come centro culturale dinamico, aperto alla comunità (presto sarà condiviso un programma di proiezioni e conversazioni d’arte). Nella stessa direzione deve inquadrarsi la collaborazione con l’ottima pasticceria e bakery Little Bread Pedlar, già presente con due locali a Londra (il quartier generale, non distante, a Primrose Hill; e una seconda sede a Bermondsey), che gestirà un punto vendita all’interno della galleria.
Lo spazio sarà aperto al pubblico dalle 9 alle 18, con accesso libero, dal mercoledì alla domenica.
Livia Montagnoli
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Cosa c’è di più stimolante e creativo per un architetto che progettare un parco giochi? La dimostrazione è Wired Scape, il parco giochi pubblico realizzato a Guangzhou, in Cina, e firmato da 100architects, studio internazionale di design e architettura.

Gli elementi centrali di Wired Scape

Ricorda una foresta punteggiata di alberi e attraversata da corsi d’acqua: Wired Scape è infatti ispirato alla natura che caratterizzano l’ambiente circostante.
Dalle forme tondeggianti e colori fluo, a caratterizzare l’area è la scelta di un filo materico che avvolge ogni elemento: al centro svettano quattro alberi scalabili e tutto attorno sono visibili aree diverse, collegate tra loro da un percorso visibile che ricorda un fiume.
Ci sono zone relax, spazi di gioco e circuiti per l’allenamento, che rendono Wired Scape un luogo di ritrovo e di svago adatto a tutte le età. C’è inoltre una piazza che funge da anfiteatro per incontri e spettacoli dal vivo.

Un parco da vivere giorno e notte, tutto l’anno

Oltre alle variegate possibilità per bambini e adulti offerte da Wired Scape, il progetto pone grande attenzione sulla fruibilità del luogo. Il cablaggio della pavimentazione ne consente una scenografica illuminazione durante le ore notturne, facendo cambiare totalmente volto al parco giochi.
Le pensiline e altri dettagli architettonici consentono invece l’utilizzo degli spazi tanto durante la stagione fredda che in quella più calda, garantendo protezione da agenti atmosferici e raggi solari.
La disposizione delle aree assicura inoltre ai genitori di poter avere una costante visione sui bambini impegnati nei giochi, da postazioni comode e pensate per favorire la convivialità.

I progetti di 100architects

Dagli spazi pubblici alle attivazioni urbane, dai centri di intrattenimento alle trasformazioni spaziali per grandi eventi, i progetti di 100architects sono trasversali, ma sembrano seguire tutti una stessa mission: quella di valorizzare città e spazi pubblici attraverso progetti creativi e di alta qualità, inclusivi e accessibili a tutti.
Wired Scape è solo l’ultimo esempio di una lunga serie, che ha avuto avvio nel 2013 e che poggia su un team internazionale composto da talenti provenienti da Regno Unito, Italia, Spagna, Cile, Colombia, Francia, Germania, Indonesia, Emirati Arabi Uniti e Cina.
Roberta Pisa

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Come sarà la mobilità del futuro, soprattutto in una città circondata dall’acqua? Una possibile risposta arriva da Venezia, dove Michael Mauer, Vicedirettore di Porsche, e l’architetto Norman Foster hanno presentato Gateway to Venice’s Waterway. L’installazione, collocata accanto alla gru idraulica Armstrong Mitchell all’Arsenale, è pensata per facilitare il collegamento tra terraferma e vie d’acqua, proponendo una nuova visione dell’integrazione tra architettura e mobilità. L’opera anticipa scenari in cui infrastrutture e veicoli dialogano per ridisegnare lo spazio urbano.“Il futuro della mobilità è già qui e sta cambiando radicalmente le nostre città,” afferma Michael Mauer.“Veicoli elettrici, automazione, spazi condivisi tra architettura e trasporto… stiamo entrando in una nuova era. Le auto non saranno più soltanto mezzi per spostarsi, ma strumenti capaci di trasformare l’ambiente urbano. Le tecnologie autonome, ad esempio, potranno liberare spazio prezioso, aprendo la strada a nuove configurazioni urbane”.

biennale corderie ph irene fanizza 7 Il futuro per la mobilità di Venezia potranno essere delle e-bike acquatiche progettate da Porsche e Norman Foster
Gateway to Venice’s Waterway, Biennale Architettura 2025, Ph: Irene Fanizza

L’installazione Gateway to Venice’s Waterway all’Arsenale

Ispirata al modello Porsche 917 e alla storica rete di ponti veneziani, l’installazione si configura con i suoi 37 metri come un punto d’ingresso simbolico alla nuova mobilità elettrica, tanto sull’acqua quanto sulla terraferma. L’attenzione alla sostenibilità è evidente sia nei materiali riciclati utilizzati per la costruzione, sia nei sistemi ecosostenibili integrati nel funzionamento dell’hub: come il telaio a traliccio tubolare dell’auto da corsa firmata Prosche, anche qui una robusta struttura in alluminio funge da spina dorsale. La superficie cinetica dell’installazione, ispirata alla forma cubica della nuova Macan, contribuisce a ridurre al minimo l’impatto ambientale, massimizzando al contempo l’efficienza delle risorse. Durante la settimana inaugurale della Biennale, i visitatori potranno, quindi, sperimentare – proprio come Carlo Ratti – soluzioni di mobilità alternative, tra cui, appunto, le già citate Schiller Bikes e l’imbarcazione sportiva elettrica Frauscher x Porsche 850 Fantom Air, alimentata dallo stesso motore completamente elettrico della Porsche Macan Turbo.

biennale corderie ph irene fanizza 6 1 Il futuro per la mobilità di Venezia potranno essere delle e-bike acquatiche progettate da Porsche e Norman Foster
Gateway to Venice’s Waterway, Biennale Architettura 2025, Ph: Irene Fanizza

Auto e architettura: due linguaggi per abitare il mondo

Nel dialogo tra Lord Foster e Michael Mauer, in occasione della presentazione del progetto, emerge una riflessione affascinante: l’auto e l’architettura condividono più di quanto sembri. Entrambe non sono semplici strumenti funzionali, ma autentiche espressioni culturali capaci di emozionare e raccontare storie. “Le auto più iconiche non sono quelle più tecnologiche, ma quelle che ci fanno sentire qualcosa”, afferma Mauer. La sua forma, il suono del motore, il modo in cui ci accoglie e ci accompagna, hanno una forza evocativa simile a quella degli spazi architettonici. “Negli Anni ’60”, ribatte l’architetto Foster, “ho comprato una Porsche usata. Non era perfetta, ma aveva un’anima. Mi ha insegnato che anche gli oggetti possono avere carattere, una personalità. Questo ha influenzato il mio modo di progettare. Cerco di dare agli edifici quella stessa qualità: un’identità forte, riconoscibile, che ti fa sentire qualcosa”, prosegue.“Anche Le Corbusier posava spesso quell’auto davanti ai suoi edifici. Aveva ampie superfici vetrate orizzontali, esattamente come le sue architetture. È una relazione affascinante”.

biennale corderie ph irene fanizza 5 Il futuro per la mobilità di Venezia potranno essere delle e-bike acquatiche progettate da Porsche e Norman Foster
Gateway to Venice’s Waterway, Biennale Architettura 2025, Ph: Irene Fanizza

Tra arte e tecnologia: Porsche e il progetto The Art of Dream

Con Gateway to Venice’s Waterway, la casa di Stoccarda continua il suo lavoro nel mondo della creatività. L’iniziativa, infatti, fa parte del progetto The Art of Dream, il format, nato nel 2021, che vuole esplorare i punti d’incontro tra il mondo dell’arte e quello della tecnologia. “The Art of Dream è un’iniziativa di Porsche per stimolare un pensiero più ampio”, spiega Mauer.“Invitiamo designer, artisti, ingegneri – in questo caso architetti – a ispirarsi reciprocamente, a vedere le possibilità di lavorare insieme”. L’obiettivo è chiaro: creare una percezione “più olistica del nostro marchio”. L’installazione veneziana si inserisce perfettamente in questa visione.“La discussione con Norman sulle auto mi ha ispirato, e il suo approccio, in un certo senso, è molto vicino alla nostra visione di Porsche: un approccio più puristico, dove ‘meno è più’”. E proprio Venezia diventa protagonista di questa visione. Città fragile, ma anche simbolo di resilienza e innovazione. “Con l’aumento della popolazione globale, affrontiamo molte sfide, specialmente nelle megacittà. La domanda è: come possiamo organizzare la nostra vita in base alle sfide ambientali? Se riuscissimo a gestire le difficoltà che una città come Venezia presenta, potrebbe diventare un modello per altre città del futuro”.
Carolina Chiatto

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