Racconta tre generazioni di artisti italiani che si muovono tra
Milano, Berlino, Zurigo e Ginevra l’ultima mostra presentata dal
project space Circolo,
sede milanese della Saikalis Bay
Foundation. Visitabile fino al 10 maggio 2025
al piano nobile di un palazzo ottocentesco in Via della Spiga 48,
l’esposizione propone una nuova narrativa dell’idea di casa,
decostruendone lo stereotipo borghese.
A Milano la mostra “There’s No Place
Like Home” da Circolo
Classica, accogliente, seducente, disfunzionale, scomoda,
politica: There’s No Place Like Home, a
cura di Cloe Piccoli, prende le mosse dalle ricerche di Judy
Chicago e Miriam Schapiro, oltre ai lavori di Dan Graham e
Robert Smithson, considerati alcuni tra i contributi più
interessanti sull’idea di domesticità.
“Attraverso questa prospettiva analitica, la mostra
decostruisce lo stereotipo della casa borghese e le strutture di
potere sottese al concetto tradizionale di abitare, smascherando le
matrici patriarcali, egemoniche ed eteronormative che lo
informano”, spiegano da Circolo.
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/ 7There’s No Place Like Home, installation view at
Circolo, Milano, 2025. Photo Agnese Bedini DSL Studio2
/ 7There’s No Place Like Home, installation view at
Circolo, Milano, 2025. Photo Agnese Bedini DSL Studio3
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Circolo, Milano, 2025. Photo Agnese Bedini DSL Studio4
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Circolo, Milano, 2025. Photo Agnese Bedini DSL Studio5
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Circolo, Milano, 2025. Photo Agnese Bedini DSL Studio6
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Circolo, Milano, 2025. Photo Agnese Bedini DSL Studio7
/ 7There’s No Place Like Home, installation view at
Circolo, Milano, 2025. Photo Agnese Bedini DSL Studio
“There’s No Place Like Home”:
gli artisti
Sono Antonio Allevi, Fabio Cherstich, Caterina De Nicola,
Elisabetta Laszlo, Beatrice Marchi, Emanuele Marcuccio, NM3, Gianni
Pettena, Markus Schinwald, Davide Stucchi, Sabrina Zanolini gli
artisti invitati a riflettere sul tema. Tra pittura, scultura,
performance, opere ambientali, disegni e video, ogni opera sfida lo
spazio dell’istituzione, l’idea di mostra e quella di opera d’arte
stessa.
“There’s No Place Like Home” nelle
parole della curatrice Cloe Piccoli
“There’s No Place Like Home è una libera
interpretazione, uno sguardo parziale, che distilla
identità, pensieri, opere, tracce e frammenti di un fare artistico,
poetico, politico e internazionale. There’s No Place Like Home
invita artisti, registi, architetti di tre generazioni nati fra gli
Anni Ottanta e gli Anni Zero e li coinvolge a riflettere sull’idea
di casa. Il risultato è un percorso costellato d’identità,
ossessioni, pensieri critici, paure e desideri dall’abisso
dell’antropocene”, racconta la curatrice Cloe Piccoli. Caterina Angelucci Libri
consigliati:
Curato da Liene Jākobsone – architetta,
designer, socia fondatrice dello studio di architettura e design
SAMPLING, con sede a Riga, nonché ricercatrice e direttrice
dell’Institute of Contemporary Art, Design and Architecture presso
l’Art Academy of Latvia – e Ilka Ruby – curatrice,
autrice e co-fondatrice della casa editrice indipendente Ruby
Press, specializzata in architettura e pratiche spaziali –,
LANDSCAPE OF DEFENCE è il progetto con cui la Lettonia prende parte
alla 19. Mostra Internazionale di Architettura.
Allestito alle Artiglierie dell’Arsenale, affronta il tema della
difesa nazionale del paese baltico, in seguito alle conseguenze del
conflitto in Ucraina sull’intera area. Cosa vuol dire vivere in
prossimità di una guerra? In quale modo la condizione di
vulnerabilità incide nell’ambiente costruito? Ne abbiamo discusso
con la curatrice del progetto.
Liene Jākobsone. Photo
Reinis Hofmanis
Biennale Architettura 2025: intervista
alla curatrice del Padiglione Lettonia
Com’è cambiata la percezione della sicurezza in Lettonia
dopo lo scoppio della guerra in Ucraina? Liene Jākobsone: L’invasione russa dell’Ucraina ha avuto, e ha tuttora, un enorme impatto
sull’intera regione dell’Europa orientale, compresi gli Stati
Baltici. C’è stata una mobilitazione attiva, sia militare che
civile. Le persone si impegnano nell’assistenza ai rifugiati
ucraini, ricevendo così testimonianze di prima mano dal fronte; si
preparano anche al peggio, mentalmente e concretamente. Da un lato,
le persone sono molto preoccupate per il futuro e temono
l’aggressione russa; dall’altro cresce il senso di empowerment e
l’orgoglio per ciò che la Lettonia come nazione sovrana.
In che modo è cambiato il confine fisico tra Lettonia,
Russia e Bielorussia in questi anni?
LJ: Ci sono stati lavori di fortificazione molto intensi del
confine fisico. È stata costruita una recinzione continua, lunga
circa 450 km, in rete d’acciaio e filo spinato. Lungo la recinzione
sono presenti un percorso di pattugliamento e diverse tecnologie di
sorveglianza, come telecamere e sensori. Poiché il confine
attraversa diversi laghi, alcuni di essi sono persino dotati di
pontili galleggianti per il pattugliamento che delimitano il
confine fisico sull’acqua. Sono presenti anche diversi ostacoli
alla mobilità, come i “denti di drago” in cemento e i “ricci” in
acciaio, posizionati in punti specifici lungo il confine. Vengono
stoccati in grandi quantità lungo le strade principali o dispiegati
in un sistema difensivo coerente. Oltre a questo, che rappresenta
l’aspetto più visibile dei cambiamenti del paesaggio, si stanno
costruendo o adattando anche altri tipi di infrastrutture per
l’addestramento, gli alloggi, i magazzini, le comunicazioni e altre
esigenze militari.
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/ 8Biennale Architettura 2025, Padiglione Lettonia,
Landscape of Defence. Photo Michiel De Cleene2
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Landscape of Defence. Photo Michiel De Cleene3
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Landscape of Defence. Photo Michiel De Cleene4
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Landscape of Defence. Photo Michiel De Cleene5
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/ 8Biennale Architettura 2025, Padiglione Lettonia,
Landscape of Defence. Photo Michiel De Cleene7
/ 8Ilka Ruby. Copyright Ruby Press8
/ 8Liene Jākobsone. Photo Reinis Hofmanis
Vivere vicino alla Russia, negli anni
della guerra in Ucraina
Lei ha dichiarato: “La difesa nazionale è un processo
continuo, da riconoscere e accettare”. Pensa quindi che dovremmo
rassegnarci a un futuro senza pace?
LJ: Vivere vicino alla Russia ci ha insegnato che bisogna sempre
essere preparati al peggio, dato che questo Paese continua a
invadere i suoi vicini anche nel XXI secolo. Questa prospettiva è
difficile da comprendere da un’altra posizione geografica,
soprattutto dall’Europa occidentale, come dimostra la domanda
stessa. Per la Lettonia, investire nella difesa e nelle
infrastrutture difensive significa garantire un futuro di pace. Non
puntiamo alla guerra o al conflitto, ma piuttosto a impedirne
l’accadimento. Allo stesso tempo, rappresenta un enorme onere per
il nostro Paese: finanziariamente, emotivamente, dal punto di vista
ambientale: saremmo ovviamente lieti di non trovarci nella
posizione in cui tali misure di sicurezza siano necessarie.
Tuttavia, poiché sappiamo che con un vicino come la Russia la
sovranità del nostro Paese è minacciata e deve essere protetta,
dobbiamo accettare queste misure di sicurezza come inevitabili.
Immagina che sarà di nuovo difficile spostarsi
liberamente nel mondo?
Per quanto riguarda la libertà di movimento e di parola, si tratta
di un valore estremamente importante in Lettonia, considerando che
le persone qui ne sono state private per 50 anni, durante
l’occupazione sovietica. Le misure difensive sono quelle che ci
permettono di salvaguardare la nostra sovranità e la nostra
democrazia, che include la libertà di viaggiare ed esprimere
l’opinione personale senza timore di essere perseguitati, come
accade in Russia.
Biennale Architettura 2025,
Padiglione Lettonia, Landscape of Defence. Photo Michiel De
Cleene
Il progetto del Padiglione Lettonia
alla Biennale Architettura 2025
Quali sono gli aspetti salienti del progetto di
allestimenti progettato degli studi lettoni SAMPLING e
NOMAD?
LJ: La mostra del padiglione lettone si propone di offrire un primo
sguardo sulla zona di confine della Lettonia. Entrando nel
padiglione, ci si trova di fronte a enormi oggetti di un giallo
brillante che probabilmente rimarranno inosservati a prima vista.
Si tratta di repliche in scala 1:1 degli elementi di difesa,
accompagnate da un elemento vernacolare della campagna lettone: la
panchina in tronchi di legno. Tutti questi oggetti sono resi
astratti dal materiale e dal colore, ma al visitatore trasmettono
il senso della scala dimensionale. Al centro del padiglione si
trova un palo con diverse telecamere di sorveglianza e una serie di
schermi TV che sembrano mostrare filmati delle medesime telecamere.
Nei video si possono vedere scene della zona di confine lettone e
ascoltare le storie di chi vive e lavora lì. Inoltre, è presente
una mappa illustrativa di una regione di confine più ampia – o
LANDSCAPE OF DEFENCE – che mostra l’impatto delle misure di difesa
sul territorio, sia graficamente che testualmente.
LANDSCAPE OF DEFENCE si concentra sul contesto lettone,
ma i vostri problemi sono ormai comuni e non solo in Europa. C’è
una sorta di “messaggio universale” nel vostro
progetto?
LJ: In effetti, la decisione di parlare di questi temi in un evento
come la Biennale di Venezia è stata motivata dalla consapevolezza
che non si tratta solo di un problema locale – ha un impatto fisico
a livello locale, ma ha anche una ripercussione globale. Il confine
lettone è anche il confine esterno dell’UE e della NATO, e
l’integrità territoriale della Lettonia significa anche l’integrità
territoriale di queste unioni internazionali. Il nostro messaggio
è, in un certo senso, un segnale d’allarme.
Ovvero?
Vogliamo attirare l’attenzione sui problemi di questa regione
d’Europa, nel frattempo esprimiamo la nostra volontà di fare tutto
il necessario per mantenere la pace e valori come la democrazia, la
libertà di parola e di movimento, e per rimanere parte integrante
del mondo occidentale. Ma dal punto di vista dell’architettura e
della pianificazione territoriale, vogliamo avviare una
discussione, sia a livello locale che internazionale, su come
affrontare funzioni come la difesa militare in modo che abbiano il
minimo impatto negativo possibile sulle persone e sull’ambiente.
Sappiamo che queste strutture sono destinate a durare a lungo,
quindi come possiamo, collettivamente, garantire che siano ben
progettate per durare e come possano contribuire a uno sviluppo
positivo della regione grazie a una maggiore sicurezza e a maggiori
investimenti finanziari? Sono le domande che poniamo quest’anno con
il Padiglione Lettone. Valentina Silvestrini Padiglione della Lettonia, Biennale Architettura 2025
LANDSCAPE OF DEFENCE Artiglierie dell’Arsenale
Alla fine del 2023, la sede londinese della Zabludowicz
Collection, project space dedicato all’arte contemporanea
fondato dai collezionisti Anita e Poju Zabludowicz, chiudeva
battenti dopo 16 anni di attività. La galleria, ospitata negli
spazi di un’ex chiesa metodista di Camden, era diventata nel tempo
un punto di riferimento per gli artisti emergenti in città,
accogliendo oltre 250mila visitatori, con un lavoro focalizzato
soprattutto sull’arte digitale. Oggi l’attività prosegue a New York
e sull’isola finlandese di Sarvisalo, dove parte della collezione è
esposta in modo permanente e la coppia organizza un programma
biennale di residenze artistiche.
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/ 3L’ex chiesa metodista di Belsize Park a
Londra2
/ 3L’ex chiesa metodista di Belsize Park a
Londra3
/ 3L’ex chiesa metodista di Belsize Park a
Londra
Camden Art Projects. L’arte
contemporanea nell’ex chiesa ottocentesca di Belsize Park
Anche l’edificio in stile Corinzio di Camden, però, si appresta
a riaprire le porte al pubblico, ancora una volta come spazio
espositivo. Costruito tra il 1867 e il 1871 come
luogo di culto di riferimento per l’area di
Belsize Park, nel 1963 lo spazio fu ceduto al London Drama
Centre, che vi insediò una delle più prestigiose accademie
di recitazione del Regno Unito, fino al trasferimento del 2004.
Solo qualche anno più tardi – era il 2007 – dopo una
ristrutturazione rispettosa della storia dell’edificio, affidata
allo studio AHMM (Allford Hall Monaghan e Morris),
i coniugi Zabludowicz sancivano la riconversione dell’ex chiesa in
galleria d’arte. Nel frattempo, dalla metà degli Anni Settanta, il
complesso è stato riconosciuto monumento nazionale (Grade II)
iscritto nella lista degli edifici storici da tutelare.
Uno status che non confligge con il debutto del Camden Art
Projects, in programma per il prossimo 9 maggio. Al numero 176 di
Prince of Wales Road, il nuovo spazio si prefigge di promuovere
l’arte contemporanea e il cinema, ed esordisce con un progetto di
“ritorno”.
Martin Creed, Work No. 3891
Half the air in a given space
La mostra di Martin Creed al Camden
Art Projects
La mostra inaugurale curata da Hala Matar,
infatti, è dedicata all’opera di Martin Creed
(Wakefield, 1986), insignito nel 2001 del Turner Prize. Fulcro
dell’esposizione sarà l’installazione immersiva Work No. 3891
Half the air in a given space, presentata per la prima volta
nel 2014 alla Hayward Gallery di Londra, e poi allestita a più
riprese nel mondo, con accorgimenti studiati sul contesto. Anche a
Camden, l’opera inviterà i visitatori a interagire con i palloncini
che invadono lo spazio, facendosi strada con le mani per
conquistare l’uscita, diventando così parte attiva
dell’installazione e sperimentando la relazione con l’architettura
con un approccio inaspettato.
Sulla facciata dell’ex chiesa, invece, sarà esposta la scritta al
neon che dà il titolo alla mostra, Work No. 1086: EVERYTHING IS
GOING TO BE ALRIGHT (2011).
Un nuovo centro culturale per Londra.
Tra arte, cinema e croissant
Il progetto di lancio del Camden Art Projects sarà occasione per
scoprire i nuovi ambienti allestiti all’interno dell’edificio, che
d’ora in avanti ospiterà anche una sala proiezioni, confermando
l’intenzione di proporsi come centro culturale dinamico, aperto
alla comunità (presto sarà condiviso un programma di proiezioni e
conversazioni d’arte). Nella stessa direzione deve inquadrarsi la
collaborazione con l’ottima pasticceria e bakery Little
Bread Pedlar, già presente con due locali a Londra (il
quartier generale, non distante, a Primrose Hill; e una seconda
sede a Bermondsey), che gestirà un punto vendita all’interno della
galleria.
Lo spazio sarà aperto al pubblico dalle 9 alle 18, con accesso
libero, dal mercoledì alla domenica. Livia Montagnoli Scopri di più
Cosa c’è di più stimolante e creativo per un architetto che
progettare un parco giochi? La dimostrazione è Wired
Scape, il parco giochi pubblico realizzato a
Guangzhou, in Cina, e firmato da 100architects, studio
internazionale di design e architettura.
Gli elementi centrali di Wired
Scape
Ricorda una foresta punteggiata di alberi e attraversata da
corsi d’acqua: Wired Scape è infatti ispirato alla natura
che caratterizzano l’ambiente circostante.
Dalle forme tondeggianti e colori fluo, a caratterizzare l’area è
la scelta di un filo materico che avvolge ogni elemento: al centro
svettano quattro alberi scalabili e tutto attorno sono visibili
aree diverse, collegate tra loro da un percorso visibile che
ricorda un fiume.
Ci sono zone relax, spazi di gioco e circuiti per l’allenamento,
che rendono Wired Scape un luogo di ritrovo e di svago
adatto a tutte le età. C’è inoltre una piazza che funge da
anfiteatro per incontri e spettacoli dal vivo.
Un parco da vivere giorno e
notte, tutto l’anno
Oltre alle variegate possibilità per bambini e adulti offerte da
Wired Scape, il progetto pone grande attenzione sulla
fruibilità del luogo. Il cablaggio della pavimentazione ne consente
una scenografica illuminazione durante le ore notturne, facendo
cambiare totalmente volto al parco giochi.
Le pensiline e altri dettagli architettonici consentono invece
l’utilizzo degli spazi tanto durante la stagione fredda che in
quella più calda, garantendo protezione da agenti atmosferici e
raggi solari.
La disposizione delle aree assicura inoltre ai genitori di poter
avere una costante visione sui bambini impegnati nei giochi, da
postazioni comode e pensate per favorire la convivialità.
I progetti di
100architects
Dagli spazi pubblici alle attivazioni urbane, dai centri di
intrattenimento alle trasformazioni spaziali per grandi eventi, i
progetti di 100architects sono trasversali, ma sembrano seguire
tutti una stessa mission: quella di valorizzare città e spazi
pubblici attraverso progetti creativi e di alta qualità, inclusivi
e accessibili a tutti. Wired Scape è solo l’ultimo esempio di una lunga serie,
che ha avuto avvio nel 2013 e che poggia su un team internazionale
composto da talenti provenienti da Regno Unito, Italia, Spagna,
Cile, Colombia, Francia, Germania, Indonesia, Emirati Arabi Uniti e
Cina. Roberta Pisa
Come sarà la mobilità del futuro, soprattutto in una città
circondata dall’acqua? Una possibile risposta arriva da Venezia,
dove Michael Mauer, Vicedirettore di Porsche, e
l’architetto Norman Foster hanno
presentato Gateway to Venice’s
Waterway. L’installazione, collocata accanto alla gru
idraulica Armstrong Mitchell all’Arsenale, è pensata per facilitare
il collegamento tra terraferma e vie d’acqua, proponendo una nuova
visione dell’integrazione tra architettura e mobilità. L’opera
anticipa scenari in cui infrastrutture e veicoli dialogano per
ridisegnare lo spazio urbano.“Il futuro della mobilità è già
qui e sta cambiando radicalmente le nostre città,” afferma
Michael Mauer.“Veicoli elettrici, automazione, spazi condivisi
tra architettura e trasporto… stiamo entrando in una nuova era. Le
auto non saranno più soltanto mezzi per spostarsi, ma strumenti
capaci di trasformare l’ambiente urbano. Le tecnologie autonome, ad
esempio, potranno liberare spazio prezioso, aprendo la strada a
nuove configurazioni urbane”.
Gateway to Venice’s
Waterway, Biennale Architettura 2025, Ph: Irene
Fanizza
L’installazione Gateway to Venice’s
Waterway all’Arsenale
Ispirata al modello Porsche 917 e
alla storica rete di ponti veneziani, l’installazione si configura
con i suoi 37 metri come un punto d’ingresso simbolico alla nuova
mobilità elettrica, tanto sull’acqua quanto sulla
terraferma. L’attenzione alla sostenibilità è
evidente sia nei materiali riciclati utilizzati per
la costruzione, sia nei sistemi ecosostenibili integrati nel
funzionamento dell’hub: come il telaio a traliccio tubolare
dell’auto da corsa firmata Prosche, anche qui una robusta struttura
in alluminio funge da spina dorsale. La superficie cinetica
dell’installazione, ispirata alla forma cubica della nuova Macan,
contribuisce a ridurre al minimo l’impatto ambientale,
massimizzando al contempo l’efficienza delle risorse. Durante la
settimana inaugurale della Biennale, i visitatori potranno, quindi,
sperimentare – proprio come Carlo Ratti – soluzioni di
mobilità alternative, tra cui, appunto, le già citate
Schiller Bikes e l’imbarcazione sportiva elettrica Frauscher x
Porsche 850 Fantom Air, alimentata dallo stesso motore
completamente elettrico della Porsche Macan Turbo.
Gateway to Venice’s
Waterway, Biennale Architettura 2025, Ph: Irene
Fanizza
Auto e architettura: due linguaggi per
abitare il mondo
Nel dialogo tra Lord Foster e Michael
Mauer, in occasione della presentazione del progetto,
emerge una riflessione affascinante: l’auto e l’architettura
condividono più di quanto sembri. Entrambe non sono semplici
strumenti funzionali, ma autentiche espressioni culturali capaci di
emozionare e raccontare storie. “Le auto più iconiche non sono
quelle più tecnologiche, ma quelle che ci fanno sentire
qualcosa”, afferma Mauer. La sua forma, il suono del motore,
il modo in cui ci accoglie e ci accompagna, hanno una forza
evocativa simile a quella degli spazi architettonici. “Negli
Anni ’60”, ribatte l’architetto Foster, “ho comprato
una Porsche usata. Non era perfetta, ma aveva un’anima. Mi ha
insegnato che anche gli oggetti possono avere carattere, una
personalità. Questo ha influenzato il mio modo di progettare. Cerco
di dare agli edifici quella stessa qualità: un’identità forte,
riconoscibile, che ti fa sentire qualcosa”,
prosegue.“Anche Le Corbusier posava spesso quell’auto davanti
ai suoi edifici. Aveva ampie superfici vetrate orizzontali,
esattamente come le sue architetture. È una relazione
affascinante”.
Gateway to Venice’s
Waterway, Biennale Architettura 2025, Ph: Irene
Fanizza
Tra arte e tecnologia: Porsche e il
progetto The Art of Dream
Con Gateway to Venice’s Waterway, la casa di
Stoccarda continua il suo lavoro nel mondo della creatività.
L’iniziativa, infatti, fa parte del progetto The
Art of Dream, il format, nato nel
2021, che vuole esplorare i punti d’incontro tra il mondo
dell’arte e quello della tecnologia. “The Art of Dream è
un’iniziativa di Porsche per stimolare un pensiero più ampio”,
spiega Mauer.“Invitiamo designer, artisti, ingegneri – in
questo caso architetti – a ispirarsi reciprocamente, a vedere le
possibilità di lavorare insieme”. L’obiettivo è
chiaro: creare una percezione “più olistica
del nostro marchio”. L’installazione veneziana si
inserisce perfettamente in questa visione.“La discussione con
Norman sulle auto mi ha ispirato, e il suo approccio, in un certo
senso, è molto vicino alla nostra visione di Porsche: un approccio
più puristico, dove ‘meno è più’”. E proprio Venezia
diventa protagonista di questa visione. Città fragile, ma anche
simbolo di resilienza e innovazione. “Con l’aumento della
popolazione globale, affrontiamo molte sfide, specialmente nelle
megacittà. La domanda è: come possiamo organizzare la nostra vita
in base alle sfide ambientali? Se riuscissimo a gestire le
difficoltà che una città come Venezia presenta, potrebbe diventare
un modello per altre città del futuro”. Carolina Chiatto
PÁCIFICO COMUNICACIONES con más de 59 años de ministerio radial, difunde espacios culturales, musicales de entrevistas y noticias. Su elaboración y contenido están a cargo de profesionales especializados que nos permiten asegurar una amplia sintonía en todo el Perú.