Octubre 20, 2026

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“La sfida è far dialogare generazioni diverse con media differenti”. Con queste parole il curatore di The Phair, Lorenzo Bruni, introduce la sesta edizione della fiera di Torino dedicata alla fotografia. Categoria usata solo per comodità e questioni di comunicazione perché le opere presentate dai 50 espositori negli stand, soprattutto dialoghi tra due e tre artisti o quattro artisti e qualche monografica, sono spesso molto di più di una semplice serie fotografica appesa alla parete. Si tratta di lavori contaminati con le altre arti, dai confini fluidi e affini più ai new media che allo scatto puro e semplice, ordinatamente impaginati sotto le arcate industriali delle Ogr. “Questa è sicuramente l’architettura ideale per un progetto come questo”, ci spiega il direttore Roberto Casiraghi che spera di aver trovato una sede duratura, dopo aver provato tutti i luoghi iconici in città, dalla Borsa Valori a Torino Esposizioni. Ecco una selezione degli stand più significativi secondo noi.
Claudia Giraud

MC2 Gallery di Milano

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MC2 Gallery di Milano, The Phair Torino, foto Claudia Giraud

Lo stand più emblematico e sfidante di tutta The Phair è quello che ospita la MC2 Gallery di Milano che propone il progetto Fake Reality: un dialogo tra le pratiche post-fotografiche di Dune Varela e Pietro Catarinella, fatte di diverse media che incrociano scultura, pittura e foto e che pongono problemi riguardo l’autorialità ai tempi dell’IA e al nuovo concetto di fotografia, ormai dai confini fluidi almeno da 15 anni, dopo la nascita di Instagram. Dune Varela trasferisce i pigmenti dei suoi scatti su marmo di Carrara, creando sculture che evocano rovine archeologiche; Pietro Catarinella fonde intelligenza artificiale e pittura, creando immagini con l’IA per poi dipingerle a olio.

Alberto Damian Gallery di Treviso

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Alberto Damian Gallery di Treviso, The Phair Torino, foto Claudia Giraud

Lo stand sui toni del grigio con le fotografie in bianco e nero, già visto a Paris Photo a novembre 2024 è ormai il marchio di fabbrica di Alberto Damian Gallery che propone un dialogo tra due fotografe di diverse generazioni, ma legate da affinità stilistiche ed esperienze comuni: Marialba Russo, artista napoletana che vive a Roma dal 1987, attenta a una ricerca antropologica (la sua serie Fotografie 1980-1987 è quella già presentata alla fiera parigina) e la fotoreporter romana, scomparsa nel 1971, Lori Sammartino. Quest’ultima ha lavorato per la rivista Il Mondo, fondata e diretta da Mario Pannunzio e in vita ha pubblicato tre libri: Amore a Roma (1960), Il Gargano (1963) e La domenica degli italiani (1961) con un’introduzione di Ennio Flaiano, da dove sono tratte le foto in mostra a Torino, selezionate da Marialba Russo che condivideva con Sammartino l’amicizia con Alberto Moravia.

Galleria Tucci Russo – Studio per l’Arte Contemporanea di Torino

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Galleria Tucci Russo, The Phair Torino, foto Claudia Giraud

Monografico, invece, lo stand della storica Galleria Tucci Russo – Studio per l’Arte Contemporanea, con doppia sede a Torino e a Torre Pellice (To) che porta in visione una selezione di opere di Jan Vercruysse (Ostenda, 1948-Bruxelles 2018) appartenenti al ciclo Camera Oscura (2001-2002). Poeta fino agli anni ’70, Vercruysse ha poi dedicato la sua ricerca all’arte visiva, esplorando il ruolo dell’artista e il significato stesso della rappresentazione. Le sue opere sono costruite tramite la combinazione di più elementi visivi, proprio come la poesia è scritta tramite il susseguirsi di più parole. In particolare, la serie Camera Oscura si basa su un processo fotografico che ne riproduce il principio: ogni dittico presenta un’immagine “normale” sulla sinistra accanto alla sua versione “invertita” sulla destra, come apparirebbe nell’originale dispositivo ottico. I personaggi scelti arrivano da diversi mondi, come quello dello spettacolo (Black Josephine).

Galerie P di Ostenda

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Galerie P di Ostenda, The Phair Torino, foto Claudia Giraud

A proposito di Ostenda, qui c’è la Galerie P specializzata in mostre di nomi affermati come Panamarenko, James Ensor, Joel Peter Witkin accanto a scoperte straniere e talenti emergenti. A Torino ospita nel suo stand, pervaso dallo spirito dissacratore della citta balneare belga che ha dato i natali a Ensor, il progetto Un’altra realtà / Another Reality, incentrato sulla fotografia scenografica, tramite le visioni di tre artisti internazionali: la tedesca Julia Fullerton-Batten, il francese Frédéric Fontenoy e il belga Bart Ramakers. Ogni fotografia di questa raccolta è costruita come un tableau vivant. In particolare Ramakers, insieme al suo team di stilisti, truccatori e modelle, con cui forma una famiglia affiatata, reinterpreta temi classici mitologici e religiosi attraverso la lente di questioni contemporanee come le questioni di genere, il cambiamento climatico e la disuguaglianza sociale. Il suo lavoro spesso fa riferimento alla storia dell’arte, ma sottolinea costantemente ciò che ci unisce tutti: la nostra comune umanità, la connessione e la solidarietà.

Galleria Jaeger Art di Berlino

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Galleria Jaeger Art di Berlino, The Phair Torino, foto Claudia Giraud

Presente anche la galleria Jaeger Art con le opere di tre artisti di rilievo internazionale, ognuno con un approccio unico alla fotografia: Gregor Törzs, la cui estetica cinematografica e il raffinato uso della luce si riflettono in opere esposte in tutto il mondo; l’olandese Bastiaan Woudt, fotografo autodidatta noto per il suo stile minimalista e per la sensibilità dei suoi ritratti e paesaggi; George Hoyningen-Huene (1900–1968), pioniere della fotografia di moda, noto per la sua fusione tra modernismo, neoclassicismo e surrealismo.

Galleria Umberto Benappi di Torino

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Galleria Umberto Benappi di Torino, The Phair Torino, foto Claudia Giraud

È invece di nuovo monografico il progetto di Paolo Pellegrin proposto da Umberto Benappi di Torino (con una sede anche sulle montagne torinesi, a Sansicario). “Siamo in una foresta del Giappone, più precisamente davanti al tempio di Shimogamo”, racconta il gallerista. “Qui, nel 2019, l’artista Paolo Pellegrin impugna la sua macchina fotografica pronto a immortalare la fioritura dei ciliegi. Quello che non poteva aspettarsi era la colonia di nibbi e aquile che sarebbe apparsa all’improvviso a una distanza estremamente ravvicinata”. È l’esperienza dello stormo in cui lo spettatore può letteralmente immergersi a The Phair, dove il lavoro di Pellegrin è esposto su pareti e pavimento dello stand.

Kuckei + Kuckei di Berlino

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Kuckei + Kuckei di Berlino, The Phair Torino, foto Claudia Giraud

Un’altra galleria di Berlino, la Kuckei + Kuckei, è presente in fiera con opere di Barbara Probst, Miguel Rothschild e Lilly Lulay, artisti che esplorano il linguaggio fotografico con approcci inediti. Barbara Probst scompone la percezione della realtà attraverso una serie di immagini scattate simultaneamente da diverse angolazioni; Miguel Rothschild trasforma la fotografia in opere tridimensionali, intervenendo sulla superficie con materiali come chiodi, fili e vetri; Lilly Lulay riflette sull’odierna sovrapproduzione di immagini, partendo da fotografie proprie e altrui e trasformandole in oggetti tangibili tramite tagli, installazioni, collage e ricami.

Luisa Catucci Gallery di Berlino

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Luisa Catucci Gallery di Berlino, The Phair Torino, foto Claudia Giraud

Lo stand più politico è quello di Luisa Catucci Gallery di Berlino che presenta una visione poetica e allo stesso tempo cinica di una pericolosa tendenza dell’industria bellica a prendere il sopravvento. Si tratta di un dialogo tra l’artista russo Nikita Teryoshin, che investiga le fiere di armi in giro per il mondo e la fotografia di Zak van Biljon, artista sudafricano che vive in Svizzera. La sua è una visione moderna della bellezza della natura. Usa la luce a infrarosso per catturare la luce sulla struttura cellulare delle foglie delle piante, creando vividi toni rosa e rossi. Questo approccio offre una prospettiva unica sulla natura, ponendo l’attenzione sul mutevole rapporto tra umanità e natura a causa dell’urbanizzazione e della tecnologia.

L’articolo "I migliori stand della fiera di fotografia The Phair 2025 a Torino" è apparso per la prima volta su Artribune®.

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Il modello è quello ormai più che diffuso in ambito internazionale del gallery weekend, momento aggregante per gli operatori del mercato e della scena artistica contemporanea di una determinata città, dove per qualche giorno si concentrano inaugurazioni, aperture collettive, eventi che hanno l’obiettivo di attrarre appassionati, addetti ai lavori e soprattutto collezionisti. Un’operazione che l’Italia sta cercando di incamerare negli ultimi anni, guardando a città europee di riferimento come Berlino, dove il format è nato vent’anni fa (e ora è più in forma che mai, come ha confermato l’edizione appena conclusa).

La terza edizione del Roma Gallery Weekend

Nella Capitale l’idea è approdata nel 2021, e dal 9 all’11 maggio il Roma Gallery Weekend si appresta a mettere in scena la sua terza edizione, coinvolgendo 34 gallerie (nel 2024 erano 36) distribuite in tutta la città tra aperture straordinarie, mostre, performance, progetti site-specific e incontri.
Anche quest’anno l’etichetta Contemporanea conferma l’omaggio all’omonima mostra manifesto curata da Achille Bonito Oliva nel 1973 nel parcheggio di Villa Borghese, che segnò un momento straordinario nella storia culturale di Roma. E la volontà di riallacciarsi a quell’energia creativa, rintracciandone l’eredità oltre 50 anni dopo.
Grazie agli itinerari consigliati sarà possibile esplorare i quartieri della città da una prospettiva inedita, nella loro dimensione – pur temporanea – di spazio espositivo diffuso. Le gallerie partecipanti saranno aperte dalle 10 alle 20 nelle giornate di venerdì e sabato, fino alle 16 domenica. Ciascuna di loro presenterà mostre e progetti dedicati tanto ad artisti affermati che a talenti emergenti.

Lorenza Boisi, Turning Saints into the Sea, Installation view, Galleria Richter Fine Art, Courtesy Richter Fine Art, Roma, Photo Eleonora Cerri Pecorella
Lorenza Boisi, Turning Saints into the Sea, Installation view, Galleria Richter Fine Art, Courtesy Richter Fine Art, Roma, Photo Eleonora Cerri Pecorella

Le mostre e i progetti del Roma Gallery Weekend 2025

Solo per citarne alcune, partendo dal quadrante centrale della città, tra Ponte, Parione, Sant’Angelo e Regola, EDDart presenta N.71 con opere di Delfina Scarpa e Tano Festa, mentre la Galleria Richter proporrà i lavori di Lorenza Boisi, ed Eugenia Delfini quelli di Caterina Silva con Things that will never become objects, accompagnata da un testo di Paola Bonani. L’artista sudafricana Turiya Magadlela sarà protagonista di Anna Marra, mentre non distante inaugura il 10 maggio la mostra di Armen Eloyan alla Tim Van Laere Gallery. A Trastevere, la chiesa sconsacrata di Sant’Andrea de Scaphis ospita il dialogo tra Jannis Kounellis e Richard Prince, mentre ADA si concentra sulle sculture e sulle installazioni di Lulù Nuti. A Testaccio, è Cesare Pietroiusti a presentare una personale dal forte valore autobiografico presso The Gallery Apart; non distante da Ponte Sisto, invece, la Galleria Lorcan O’Neill presenta la personale di Gianni Politi, dal titolo Ruins and Revelations.
Nel percorso tra Flaminio, Campo Marzio e Colonna, si segnalano la fotografia di Giovanni Ozzola alla Galleria Continua, la ricerca di Gaia Fugazza sul rapporto corpo-natura alla Richard Saltoun Gallery, il progetto Italian Days di Richard Avedon alla Gagosian Gallery. Mentre il design è al centro della mostra collettiva allestita da Giustini / Stagetti. Alla Nuova Pesa, Oliviero Rainaldi presenta Seconda Madre.
E ancora, spostandosi nel quadrante est, tra Trieste e San Lorenzo, sarà possibile visitare la personale Ship of Theseus di Asger Dybvad Larsen da Rolando Anselmi, la collettiva L’Accrocco ospitata da Studio SALES, la mostra sulla ricerca tra pittura e scrittura di Francisca Valador da Matèria. Monitor ospita, invece, la personale di Thomas Braida; Gilda Lavia Le Mangiatrici di Terra di Pamela Diamante, Monti8, alla sua prima partecipazione, Homesick di Nina Silverberg.

La rassegna VIDEO REEL da Soho House per il Roma Gallery Weekend

Tra le novità dell’edizione 2025, sarà Soho House Rome a ospitare l’8 e il 9 maggio la rassegna (su invito) VIDEO REEL – Bodies in Motion, a cura di Magic Lantern Film Festival, per esplorare l’evoluzione del genere del ritratto attraverso l’immagine in movimento, attraverso una selezione di opere che spaziano dal documentario all’autofiction, dal found footage alla sperimentazione formale.
Tra gli artisti invitati: Bertille Bak (The Gallery Apart), Elisabetta Benassi (Magazzino), Catherine Biocca (Eugenia Delfini), Chris Burden (Gagosian), Patrizio di Massimo (T293), Avish Khebrehzadeh (Studio SALES di Norberto Ruggeri), Elena Mazzi (Ex Elettrofonica), Nathaniel Mellors (Monitor), Fiamma Montezemolo (Magazzino), Tony Morgan (Richard Saltoun), Ksenia Perek (ADA), Guido van der Werve (Monitor), Italo Zuffi (Federica Schiavo).

Armen Eloyan, Love, 2025, oil on canvas, 147,5 x 235 cm 58.1 x 92.5 inch
Armen Eloyan, Love, 2025, oil on canvas, 147,5 x 235 cm 58.1 x 92.5 inch

Le gallerie partecipanti al Roma Gallery Weekend 2025

ADA, Rolando Anselmi, Francesca Antonini, Colli, Galleria Continua, Eugenia Delfini, EDDArt, Ermes Ermes, Ex Elettrofonica, Andrea Festa Fine Art, Gagosian, Galleria Giustini/Stagetti, Mario Iannelli, La Nuova Pesa, Gilda Lavia, Magazzino, Galleria Anna Marra, Matèria, Monitor, Monti8, Erica Ravenna, Galleria Lorcan O’Neill, Galleria Richter, Sant’Andrea de Scaphis, Richard Saltoun, Federica Schiavo, Spazio Nuovo, Studio SALES, T293, The Gallery Apart, Tornabuoni Arte, 1/9unosunove, Tim Van Laere Gallery, z2o Sara Zanin, z2o Project.
Livia Montagnoli

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Non sarebbe strano definire l’intervento di Antonio Marras, al Forte Malatesta di Ascoli Piceno, una mostra-spettacolo, ma dovendo offrire un giudizio immediato e spontaneo, affermare che è uno spettacolo di mostra sembra molto più adeguato. In un panorama artistico più di frequente caratterizzato da proposte minimali, l’arte di Marras così eccessiva, traboccante, a tratti barocca, interpreta con un’abbondanza di elementi e materiali, tra segno e installazione, la figura di Cecco d’Ascoli, poeta, filosofo, astronomo, astrologo e alchimista medievale, uomo di libero pensiero arso al rogo dall’inquisizione nel 1327.

La mostra di Marras a Ascoli

Come in una sorta di transfert mentale, Marras è senza dubbio connesso a Cecco d’Ascoli anche nell’eclettismo del suo agire come artista. Conosciuto, infatti, anche e soprattutto come stilista, costumista e designer, Marras, dotato di un raro e autentico talento, ha genuinamente generato per il Forte una mostra spettacolare, senza cadere mai nella retorica dell’autoreferenzialità. Se tutto lo spazio è reinterpretato nella sua totalità come luogo di ombre – così le parole dello stesso artista – ogni singolo stanza rappresenta la scena di un’unica narrazione che lega “memorie simboliche e fisiche, la figura di Cecco d’Ascoli alla vita reclusa dei prigionieri”. Un’infinità di disegni, ad esempio, con cornici recuperate, riadattate, una sequenza a formare una linea senza soluzione di continuità sulle pareti, dove le figure di Marras, così segniche, essenziali, caratterizzate dalle lunghe mani, un colto guardare alla sintesi d’avanguardia, sembrano animarsi intorno alla raccolta di sculture mescolate a manufatti provenienti da una chiesa di Arquata, rasa al suolo dal terremoto del 2016.

Antonio Marras, Vedere per credere, installation view at Forte Malatesta, Ascoli Piceno, 2025. Photo Omar Golli1 / 8
Antonio Marras, Vedere per credere, installation view at Forte Malatesta, Ascoli Piceno, 2025. Photo Omar Golli
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Antonio Marras, Vedere per credere, installation view at Forte Malatesta, Ascoli Piceno, 2025. Photo Omar Golli
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Antonio Marras, Vedere per credere, installation view at Forte Malatesta, Ascoli Piceno, 2025. Photo Ignacio Maria Coccia
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Antonio Marras, Vedere per credere, installation view at Forte Malatesta, Ascoli Piceno, 2025. Photo Ignacio Maria Coccia
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Antonio Marras, Vedere per credere, installation view at Forte Malatesta, Ascoli Piceno, 2025. Photo Ignacio Maria Coccia
Antonio Marras, Vedere per credere, installation view at Forte Malatesta, Ascoli Piceno, 2025. Photo Omar Golli
Antonio Marras, Vedere per credere, installation view at Forte Malatesta, Ascoli Piceno, 2025. Photo Omar Golli
Antonio Marras, Vedere per credere, installation view at Forte Malatesta, Ascoli Piceno, 2025. Photo Omar Golli
Antonio Marras, Vedere per credere, installation view at Forte Malatesta, Ascoli Piceno, 2025. Photo Ignacio Maria Coccia
Antonio Marras, Vedere per credere, installation view at Forte Malatesta, Ascoli Piceno, 2025. Photo Ignacio Maria Coccia
Antonio Marras, Vedere per credere, installation view at Forte Malatesta, Ascoli Piceno, 2025. Photo Ignacio Maria Coccia
Antonio Marras, Vedere per credere, installation view at Forte Malatesta, Ascoli Piceno, 2025. Photo Ignacio Maria Coccia
Antonio Marras, Vedere per credere, installation view at Forte Malatesta, Ascoli Piceno, 2025. Photo Ignacio Maria Coccia

Antonio Marras, tra Carol Rama e Maria Lai

Elementi che tornano di continuo, sala dopo sala fra arredi, installazioni e sculture, come ad esempio il vasellame di ceramica ricucito, concettualmente in debito con l’arte di Maria Lai, grande passione di Marras. Anche Carol Rama, altra figura importante nella formazione visiva dell’artista, è presente e ritorna sconvolgente nell’intimità di un salottino, luogo inconfessato dell’erotismo, cella speciale destinata in origine a prigionieri particolari.

Il progetto espositivo per Ascoli Contemporaneo XXI

Un percorso senza dubbio surreale che arriva e si conclude allo spazio monumentale della chiesa della Madonna del Lago. Figure incantevoli e allo stesso tempo inquietanti, suggerite dagli abiti allungati che dall’alto pendono verso il basso, contribuiscono a far sì che l’ombra di Cecco si animi davvero, lasciando lo spettatore incerto fra sogno e realtà. La mostra, organizzata da Spazio Taverna per “Ascoli Contemporaneo XXI” è accompagnata da un catalogo, concepito da Antonio Marras, con testi di Francesca Alfano Miglietti, Marco Bassan, Donatella Ferretti, Antonio Marras, Stefano Papetti e Ludovico Pratesi.
Maria Letizia Paiato
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Racconta tre generazioni di artisti italiani che si muovono tra Milano, Berlino, Zurigo e Ginevra l’ultima mostra presentata dal project space Circolo, sede milanese della Saikalis Bay Foundation. Visitabile fino al 10 maggio 2025 al piano nobile di un palazzo ottocentesco in Via della Spiga 48, l’esposizione propone una nuova narrativa dell’idea di casa, decostruendone lo stereotipo borghese.

A Milano la mostra “There’s No Place Like Home” da Circolo

Classica, accogliente, seducente, disfunzionale, scomoda, politica: There’s No Place Like Home, a cura di Cloe Piccoli, prende le mosse dalle ricerche di Judy Chicago e Miriam Schapiro, oltre ai lavori di Dan Graham e Robert Smithson, considerati alcuni tra i contributi più interessanti sull’idea di domesticità. “Attraverso questa prospettiva analitica, la mostra decostruisce lo stereotipo della casa borghese e le strutture di potere sottese al concetto tradizionale di abitare, smascherando le matrici patriarcali, egemoniche ed eteronormative che lo informano”, spiegano da Circolo.

 “There’s No Place Like Home”: gli artisti

Sono Antonio Allevi, Fabio Cherstich, Caterina De Nicola, Elisabetta Laszlo, Beatrice Marchi, Emanuele Marcuccio, NM3, Gianni Pettena, Markus Schinwald, Davide Stucchi, Sabrina Zanolini gli artisti invitati a riflettere sul tema. Tra pittura, scultura, performance, opere ambientali, disegni e video, ogni opera sfida lo spazio dell’istituzione, l’idea di mostra e quella di opera d’arte stessa.

“There’s No Place Like Home” nelle parole della curatrice Cloe Piccoli

“There’s No Place Like Home è una libera interpretazione, uno sguardo parziale, che distilla identità, pensieri, opere, tracce e frammenti di un fare artistico, poetico, politico e internazionale. There’s No Place Like Home invita artisti, registi, architetti di tre generazioni nati fra gli Anni Ottanta e gli Anni Zero e li coinvolge a riflettere sull’idea di casa. Il risultato è un percorso costellato d’identità, ossessioni, pensieri critici, paure e desideri dall’abisso dell’antropocene”, racconta la curatrice Cloe Piccoli.
Caterina Angelucci
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È un portale prezioso ad attirare i visitatori, nel cortile di Palazzo Citterio, verso il basso, verso il cuore celato della Grande Brera. Come una visione di luce e madreperla, questo primo lavoro di Chiara Dynys funge da portale verso la sua installazione, che (come già quella di Mario Ceroli aperta per l’inaugurazione) occupa tutta l’ipogea Sala Stirling. Qui, nel rumore incessante del moto ondoso, un grande neon rotante illumina l’ambiente brutalista e, come un faro, segnala una spiaggia, circondata dalle onde in movimento.

L’installazione di Chiara Dynys alla Grande Brera

Aperta fino al 7 settembre 2025, l’installazione site specific dell’artista mantovana si pone in continuità con la ricerca che porta avanti da decenni, esplorando le declinazioni dello spazio, del tempo e della luce. Curato da Anna Bernardini, fino all’anno scorso direttrice di Villa Panza a Varese, il progetto monografico Once Again omaggia sin dal nome l’Eterno ritorno di Nietzsche, perché “siamo crocifissi all’eterno ritorno”, spiega il direttore della Grande Brera Angelo Crespi. “Ogni scelta è determinante e irrevocabile. Questa riflessione sulla pesantezza dell’esistere, però, viene risolta con assoluta leggerezza”.

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Chiara Dynys, Once Again, 2025, installation view; ph Giulio Buono Studio Blu
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Chiara Dynys, Once Again, 2025, installation view; ph Giulio Buono Studio Blu
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Chiara Dynys, Once Again, 2025, installation view; ph Giulio Buono Studio Blu
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Chiara Dynys, Once Again, 2025, installation view; ph Giulio Buono Studio Blu
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Chiara Dynys, Once Again, 2025, installation view; ph Giulio Buono Studio Blu
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Chiara Dynys, Once Again, 2025, installation view; ph Giulio Buono Studio Blu
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Chiara Dynys, Once Again, 2025, installation view; ph Giulio Buono Studio Blu
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Chiara Dynys, Once Again, 2025, installation view; ph Giulio Buono Studio Blu
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La macchina delle onde nella monografica “Once Again” a Palazzo Citterio

La leggerezza è data dal protagonista assoluto dell’opera, il grande macchinario mobile che simula il moto ondoso, realizzato su ispirazione delle macchine sceniche del teatro barocco. Grazie a tre rulli prospettici rotanti (di 10 metri di larghezza), le onde tridimensionali sembrano frangersi continuamente sulla battigia nel mezzo della sala. “Come in tutte le fiabe o rappresentazioni teatrali, passato il portale entriamo nel sogno, nel profondo, in una sorta di grande rivelazione”, spiega l’artista. Dynys riesce a ricostruire in questa sala “che è quasi una grande prigione di cemento grigio, un’apparizione leggera e un po’ magica e quasi domestica, che permette di entrare nella meraviglia. Che non è solo liberatoria ma anche angosciante, perché ci porta a chiederci tante cose. Le frasi che ho riportato sulla battigia rappresentano le mie riflessioni, i relitti di ciò che porta il mare dal profondo della mia anima”.

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Chiara Dynys, Once Again, 2025, ph Giulio Buono Studio Blu
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Chiara Dynys, Once Again, 2025, installation view; ph Giulio Buono Studio Blu
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Chiara Dynys, Once Again, 2025, installation view; ph Giulio Buono Studio Blu
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Chiara Dynys, Once Again, 2025, installation view; ph Giulio Buono Studio Blu
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Chiara Dynys, Once Again, 2025, installation view; ph Giulio Buono Studio Blu
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Chiara Dynys, Once Again, 2025, ph Giulio Buono Studio Blu
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Chiara Dynys, Once Again, 2025, ph Giulio Buono Studio Blu
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Chiara Dynys, Once Again, 2025, ph Giulio Buono Studio Blu
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Chiara Dynys, Once Again
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Chiara Dynys, Once Again, 2025, ph Giulio Buono Studio Blu
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Chiara Dynys alla Grande Brera di Milano

“Muovendosi tra riferimenti teatrali e cinematografici”, sottolinea la curatrice Bernardini, “e con una forte impronta surrealista data dal contrasto tra il mare e il cemento della sala, Dynys recupera qui molti dei propri temi cari, dalla dimensione del tempo al rapporto tra antico e contemporaneo”. Il risultato, dal punto di vista estetico e concettuale, è per Crespi una conferma che “Chiara è oggi la più importante artista italiana che lavora tra arte concettuale, luce, arte tradizionale”. E quindi, per il direttore, un nuovo passo nella direzione tanto auspicata: che Brera torni ancora una volta a essere il “motore dell’arte contemporanea italiana”.
Giulia Giaume

L’articolo "Continiuano le mostre d’arte contemporanea alla nuovissima Grande Brera. Ora arriva anche il mare a Milano" è apparso per la prima volta su Artribune®.

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Il cinema di Luca Guadagnino è da sempre attraversato da un’estetica che sfiora l’arte, evocando pittura, architettura e moda con uno sguardo d’autore che si nutre di riferimenti colti e trasversali. Nei suoi film lo spazio non è mai semplice sfondo; la luce non solo atmosfera, ma sentimento. Guadagnino mette in scena non tanto il reale, quanto una realtà trasfigurata dall’arte. Un cinema da contemplare, come si contempla un dipinto. 

Luca Guadagnino, Queer (2024). © MUBI
Luca Guadagnino, Queer (2024). © MUBI

Queer (2024) – Il silenzio delle immagini 

In Queer la solitudine si trasforma in un fatto visivo. Il Messico degli anni Cinquanta in cui si muove il protagonista non è realistico, ma costruito come un quadro iperrealista, saturo di colore, geometrie nette, luci che evocano l’universo pittorico di Edward Hopper. Un richiamo mai dichiarato, ma evidente nello sguardo di chi guarda: nei volti immobili, negli interni rarefatti, nelle attese senza sbocco. Ogni tavola apparecchiata, ogni muro screpolato, ogni sigaretta accesa, ha la densità di una composizione pittorica. La fotografia di Sayombhu Mukdeeprom trasforma ogni scena in un quadro in movimento, usando luci e colori per raccontare malinconia e disillusione. La colonna sonora, anacronistica e moderna, sospende il tempo e aggiunge un altro livello di lettura: quello della distanza emotiva. 

Luca Guadagnino, The Staggering Girl (2019)
Luca Guadagnino, The Staggering Girl (2019)

The Staggering Girl (2019) – Abiti che raccontano storie 

Con The Staggering Girl, Luca Guadagnino fonde fashion film, installazione e sogno visivo. Nato dalla collaborazione con Pierpaolo Piccioli, ex direttore creativo di Valentino, il cortometraggio è un esercizio di stile simbolista: abiti come sculture, scene come quadri che ricordano i paesaggi evocativi di Arnold Böcklin e le figure femminili dall’eleganza senza tempo di John Singer Sargent. La fotografia, sempre di Sayombhu Mukdeeprom, trasforma ogni immagine in pittura vivente, dove la moda si fa narrazione e il cinema si riduce a forma, gesto, memoria. Più flusso di coscienza che racconto, il film segue Francesca (Julianne Moore), scrittrice italo-americana che torna a Roma per assistere la madre, pittrice di opere astratte. Il viaggio è soprattutto interiore: le tele astratte dipinte dalla madre, inserite dentro l’opera stessa, riflettono e amplificano i temi del film. The Staggering Girl si rivela infatti come una sorta di opera d’arte totale: un film che racchiude altre forme artistiche al suo interno, in un gioco di riflessi e stratificazioni. Un’opera che contiene altre opere, in cui ogni elemento concorre ad un’unica, complessa visione poetica. 

Luca Guadagnino, Suspiria (2018). The dance academy
Luca Guadagnino, Suspiria (2018). The dance academy

Suspiria (2018) – Bauhaus e incubi modernisti 

La versione di Suspiria firmata da Guadagnino è un esercizio di architettura filmica. Dimenticate i colori saturi e le decorazioni gotiche di Dario Argento: qui domina il rigore modernista di Loos, Hoffmann e Le Corbusier. L’Accademia di danza, ambientata nel Grand Hotel Campo dei Fiori di Varese, è un edificio sospeso nel tempo, plasmato come una scultura abitabile. Le scenografie di Inbal Weinberg riscrivono l’orrore come esperienza visiva e sensoriale, con richiami al Bauhaus e all’Art Deco. Anche la scelta dei materiali e delle luci (come i lampadari Lobmeyr) costruisce un universo visivo stratificato, dove architettura e inconscio convivono. È una visione più razionale dell’orrore, in cui il femminile si esprime anche attraverso l’arredo – dai tappeti firmati Manufacture Cogolin – all’equilibrio geometrico degli spazi. 

Luca Guadagnino, A Bigger Splash (2015)
Luca Guadagnino, A Bigger Splash (2015)

A Bigger Splash (2015) – Hockney e Guadagnino: la tela e la piscina 

Con un titolo preso in prestito da David Hockney, A Bigger Splash, libero remake de La piscine di Jacques Deray, con Alain Delon e Romy Schneider, rappresenta un’ode visiva alle superfici: quella dell’acqua, quella dei corpi, quella della pittura. Trasportando l’immaginario californiano in una Sicilia arsa e silenziosa, Guadagnino traduce la tela in celluloide. La piscina non è solo ambientazione ma stato mentale, specchio delle tensioni tra i personaggi. L’omaggio all’arte pop si insinua nelle composizioni visive, nelle palette, nelle trasparenze. Come sulla tela, tutto è visibile ma nulla è detto esplicitamente: il desiderio rimane sulla superficie dell’acqua. 
 
Gaia Rotili 
 
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