Octubre 20, 2026

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Per approssimazione quello che Ernesto N. Rogers definiva il “fenomeno architettonico” è inscrivibile ancor oggi all’interno di un triangolo ai cui vertici troviamo i tre termini identificati da Vitruvio: l’utilitas (la forma adatta allo scopo), la firmitas (la forma adatta ad essere e rappresentare la stabilità) e la venustas (la forma capace di nobilitare i due termini precedenti a livello della bellezza). La validità del triangolo identificato da Vitruvio è tuttora evidente e lo è specialmente per quel che riguarda l’operato del fare architettura, un operato per Vitruvio “politico”, frutto di una costante mediazione tra istanze diverse, o meglio di una costante contrattazione tra le stesse. Proviamo ad ipotizzare un altro triangolo che non ha affatto intenzione di essere alternativo a quello vitruviano, ma ci consente di porre la questione del fenomeno architettonico su un altro piano capace di trascendere il “fenomeno”, o se non altro aprirsi agli aspetti simbolici del fenomeno stesso. Questo triangolo, che potremmo definire metaforico, ha ai suoi vertici il corpo, lo spazio e la figura.  

Spazio, corpi, figure. Le architetture di Peluffo&Partners viste attraverso gli spazi, i corpi e le figure, copertina
Spazio, corpi, figure. Le architetture di Peluffo&Partners viste attraverso gli spazi, i corpi e le figure, copertina

Il corpo, lo spazio e la figura in architettura 

Analizziamo i tre termini. Il corpo in architettura è chiaramente una metafora. Un corpo fisico infatti non è del tutto penetrabile, mentre l’architettura lo è, anzi vive in quanto corpo permeabile. Il corpo in arte o è compatto o è squarciato. Per quel che riguarda il secondo caso vengono in mente le nature morte seicentesche con i corpi di animali squarciati o più recentemente i magnetici quadri di Francis Bacon, che più che il corpo mette in mostra la carne con cui esso è costituito. Il corpo architettonico, al contrario di quello artistico, è invece un corpo permeabile, che noi viviamo dall’interno. Nel linguaggio comune infatti, se parliamo di corpo architettonico, si pensa allo spazio interno, allo spazio cavo contenuto dalle mura di un edificio. Inoltre lo spazio interno, come peraltro già notato da Gaston Bachelard e Bruno Zevi, non esiste in sé stesso, ma appare in quanto contiene noi che lo viviamo. Dentro uno spazio architettonico infatti siamo corpi ospitati in un corpo più vasto che ci contiene. 

Dal libro Spazio, corpi, figure di Peluffo&Partners. Progetto per il Padiglione Italia, Expo Dubai 2020 // Piero della Francesca, Sogno di Costantino, dalle Storie della Vera Croce, basilica di San Francesco, 1458-66, Cappella Maggiore, Arezzo
Dal libro Spazio, corpi, figure di Peluffo&Partners. Progetto per il Padiglione Italia, Expo Dubai 2020 // Piero della Francesca, Sogno di Costantino, dalle Storie della Vera Croce, basilica di San Francesco, 1458-66, Cappella Maggiore, Arezzo

Limiti e potenzialità del corpo 

In una trasmissione televisiva divulgativa degli Anni Sessanta Bruno Zevi per spiegare cosa fosse lo spazio, con una bacchetta come quelle dei maestri di molti anni fa, circoscriveva il perimetro interno della chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza di Borromini. Nel circoscrivere il perimetro dall’interno, Zevi evidenziava le protuberanze e le rientranze, il loro ritmo, ovvero il ritmo del corpo che ci contiene. Il corpo esiste in quanto ha un limite; esso infatti non può essere illimitato, se così fosse svanirebbe. Constable e Turner nel XIX secolo hanno cercato tra i primi di rappresentare l’illimitato; fa riflettere il fatto che entrambe siano tornati sui loro passi. Turner per esempio si è limitato a mettere delle tracce di illimitato all’interno dei propri quadri e non è un caso le ha messe al centro dello stesso, quasi intendesse dare un limite all’illimitato. L’illimitato, ovvero la volontà di svincolarsi dal corpo e quindi dai limiti, è l’espressione di un’eredità che discende dal sublime romantico, un’eredità ancora molto viva, che troviamo in una parte non indifferente della produzione artistica e architettonica contemporanea, probabilmente in quella di maggior effetto e allo stesso tempo in quella più pretenziosa. Lo aveva compreso Simone Weil: l’attrazione per l’illimitato e per l’incorporeo produce l’immaginazione e l’immaginazione altro non è che il nome che inconsciamente diamo a qualunque fuga dalla nostra presenza, che diamo a qualunque situazione o sentimento che ci allontana da noi stessi, che ci allontana quindi dalla nostra postura etica ed estetica. L’immaginazione dunque come una chimera: una chimera che ci allontana dal nostro corpo, anzi dal nostro dovere di essere corpo. 

Dal libro Spazio, corpi, figure di Peluffo&Partners. Tempio E (di Era o Afrodite), V sec. a.C., Parco Archeologico di Selinunte (Trapani) // Moschea a Sokhna, 2019, Monte Galala, Egitto
Dal libro Spazio, corpi, figure di Peluffo&Partners. Tempio E (di Era o Afrodite), V sec. a.C., Parco Archeologico di Selinunte (Trapani) // Moschea a Sokhna, 2019, Monte Galala, Egitto

La corrispondenza tra corpo e spazio in architettura 

Il corpo in architettura, attraverso i muri delle costruzioni, resiste all’illimitato e così facendo determina lo spazio. È un dato di fatto non solo percettivo che senza dei limiti, senza dei muri che rinserrano il corpo, lo spazio svanisce. Corpo e spazio dunque in architettura di fatto corrispondono. Una corrispondenza che non abbiamo nell’arte, dove caso mai abbiamo una relazione tra i due termini. Eppure il sogno per così dire metafisico delle avanguardie è stato quello di abbattere i limiti, facendo fuggire lo spazio da tutte le parti, nei casi più estremi facendolo evaporare in atmosfera. Il prezzo pagato, non solo dall’avanguardia storica ma anche della sua riproposizione del decostruttivismo e della successiva volgarizzazione dell’architettura design, è stato alto. La forma non più incarnata, ovvero senza limiti, ha iniziato infatti a vagare alla ricerca di un proprio ruolo. La straordinarietà degli effetti ha così preso il posto di quel rapporto misterioso tra corpo che vive l’architettura e l’architettura stessa. Un mistero che ha assunto forme diverse nel tempo, ma che ha avuto sempre, come avviene per i misteri metafisici, la capacità di rimanere di fatto sé stesso. Aveva ragione la poetessa Cristina Campo ad affermare che la poesia, quando è tale, è come se generasse un’architettura che si dispone ad ospitare un non ben identificato rito. In definitiva Campo andava asserendo che la poesia è per metafora assimilabile ad un corpo (ci piace pensare ad un corpo architettonico) che ospita un mistero e i misteri, si sa, vivono nel rito. Nell’illimitato, nell’a-spaziale, nell’incorporeo, questo rito non può avvenire, o se avviene è semplice farsa. 

Dal libro Spazio, corpi, figure di Peluffo&Partners. Giorgione, La Tempesta, 1506-08, Gallerie dell’Accademia, Venezia // Istituto Nautico di Gallipoli, 2020
Dal libro Spazio, corpi, figure di Peluffo&Partners. Giorgione, La Tempesta, 1506-08, Gallerie dell’Accademia, Venezia // Istituto Nautico di Gallipoli, 2020

L’architettura è corporale quando si incarna nello spazio 

Il corpo è visibile, non può esistere senza la sua presenza. Esso inoltre è settico, produce odori e sensazioni olfattive; produce anche, con i suoi movimenti e con le sue azioni, rumori: sentiamo il corpo ed è la prova che esso è vivo. Ma più che altro il corpo somatizza il tempo e lo fa in maniera inesorabile, in maniera “drammatica”. Quella che a questo punto possiamo definire l’architettura corporale, quella che si incarna nello spazio, non può fare a meno di inscenare un dramma. Dramma nel senso alto del termine, non certo un dramma sentimentale, ma dramma metafisico che prende forma in un incontro tra noi e ciò che ci contiene. Il punto è che il dramma, anche quando è come nel nostro caso metaforico, induce una profonda partecipazione, o meglio un impegno. Lo aveva compreso Nietzsche, e dopo di lui Freud: questa partecipazione è spesso difficilmente sopportabile: è un impegno gravoso. In ragione di ciò si tende a rimuoverlo; così facendo si pensa di alleggerire la vita, invece la si rende superflua: la si rende (ed è questo il vero dramma) inutile a sé stessa. “Io sono il corpo, null’altro che il mio corpo” affermava lo Zarathustra di Nietzsche; il suo era un appello, un appello ad affrontare il dramma, a viverlo, persino goderne. Ci piace immaginare Zarathustra che urla la sua testimonianza di fronte alla tanta architettura incorporea, virtuale, prestazionale, comunicativa, consolatoria e intrisa di buoni sentimenti che vediamo da più parti. Il corpo (artistico o architettonico) dunque come strumento di opposizione al mondo così come è o come ce lo intendono proporre. 

Dal libro Spazio, corpi, figure di Peluffo&Partners. Piero della Francesca, Madonna del Parto, particolare, 1455-65, Monterchi (Arezzo) // Giovanni Michelucci, chiesa di San Giovanni Battista (“Chiesa dell’autostrada”), 1960-64, Firenze
Dal libro Spazio, corpi, figure di Peluffo&Partners. Piero della Francesca, Madonna del Parto, particolare, 1455-65, Monterchi (Arezzo) // Giovanni Michelucci, chiesa di San Giovanni Battista (“Chiesa dell’autostrada”), 1960-64, Firenze

Figura VS Immagine 

Eliminando il corpo dall’architettura, l’immagine prende il sopravvento. Il triangolo che abbiamo proposto all’inizio, ovvero quello ai cui vertici troviamo il corpo, lo spazio e la figura oggi sembrerebbe essere stato risucchiato in una sola parola: immagine. Una parola generica, accessibile a tutti, facilmente condivisibile, di forte impatto comunicativo, per cui populista. L’immagine ha un fine: quello di accorciare il più possibile il significato semantico della figura, in definitiva è una figura trasformata in icona; o meglio è un’icona trasformata in un idolo. La figura invece non intende affatto ridurre il significato semantico che propone; ciò non vuol dire che essa debba essere necessariamente complessa. Una figura semplicissima può infatti avere molti significati, può contenere anche diversi piani semantici. Alle volte, come ci insegnano alcune poesie, alludere anche a significati insondabili. Ma più che altro la figura, al contrario dell’immagine, deriva sempre da un corpo e allude sempre ad una spazialità: la figura infatti, sempre per metafora, è plastica, l’immagine non lo è. Se allora l’immagine è intangibile e asettica, astratta o pop, la figura è tattile ed essendo tattile non è del tutto riproducibile. Di un’immagine infatti possiamo accontentarci di una riproduzione, di una figura no: essa va vista dal vero; va vista nella sua paradossale corporeità bidimensionale, anzi nella sua tattile corporeità bidimensionale. La figura nel triangolo proposto ha dunque un ruolo fondamentale, come se attirasse a sé il corpo e lo spazio, ma non è autosufficiente. Attenzione, non lo sono neanche il corpo e lo spazio. Essi infatti, per poter rimanere nella nostra memoria, devono incarnarsi in una figura, ovvero in un qualcosa che per così dire ne stabilizzi la presenza. Se così non fosse avremmo spazi informi, sfuggenti, spazi in definitiva incapaci di alludere ad un corpo. D’altronde il corpo senza la sua figura, risulta impalpabile, o meglio dimenticabile. Ci piace immaginarci all’interno del triangolo del corpo, dello spazio e della figura. Li, come in una fortezza, ci sentiamo protetti. Li sono ospitate tante opere, gran parte di esse sono opere italiane.  
Valerio Paolo Mosco
Gianluca Peluffo e Valerio Paolo Mosco, Spazio, Corpi, Figure. Peluffo & Partners 
Forma Edizioni, Firenze 2024 
Pagg. 264, €25.00 
ISBN: 9788855211925 
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La Commanderie de Peyrassol, il centro d’arte situato nel cuore della Provenza, partecipa quest’anno alla stagione culturale Brasile-Francia 2025 – che sotto l’egida dei ministeri degli Affari esteri dei due Paesi ha in calendario più di 300 eventi da aprile a settembre sui temi del cambiamento climatico e della transizione ecologica – con una mostra monografica di Jonathas de Andrade (Macéio, 1982) curata da Mathilde Marchand.

Jonathas de Andrade, artista emergente della scena brasiliana

Artista concettuale che si confronta spesso con i temi sociali attraverso performance personali, collaborazioni con le comunità dei nativi americani e installazioni dove le immagini mescolano documentarismo e finzione, de Andrade, è già stato presente con esposizioni personali a Toronto (The Power Plant), New York (The New Museum), San Paolo (MASP) e Altkirch (CRAC Alsace). Nel 2022 ha rappresentato il Brasile alla Biennale di Venezia con l’opera Com o coração saindo pela boca, Con il cuore che esce dalla bocca. Artribune ha incontrato l’artista brasiliano alla Commanderie de Peyrassol in occasione dell’apertura della mostra L’art de ne pas être vorace, fino al 2 novembre 2025.

Jonathas de Andrade, 2022, Photo, UHGO, Courtesy of the artist and Nara Roesler
Jonathas de Andrade, 2022, Photo, UHGO, Courtesy of the artist and Nara Roesler

L’intervista all’artista brasiliano Jonathas de Andrade

La voracità nei confronti della natura delle comunità native è una delle tendenze che sembra essere condivisa con le società occidentali. C’è una frase di Clarice Lispector tratta dal Jornal do Brasil (1961) che introduce la mostra: “Io, Signora, amo mangiare quando non ho ancora fame. È più fine.” La scrittrice è cresciuta a Recife, nel Nord-Est del Brasile di cui anche lei è originario e ha affrontato il tema dell’ambiguità fra desiderio distruttivo e slancio creativo È questo che ha ispirato il titolo dell’esposizione?
La frase è il fil rouge che in qualche modo accompagna le opere esposte che parlano di uno stesso soggetto, la voracità nei confronti degli altri esseri umani, ma anche degli animali, della natura, dell’architettura, della cultura. Per la mostra alla Commanderie abbiamo selezionato 6 grandi opere di cui due inedite. In una di queste delle lumachine che ho trovato nei terreni qui attorno divorano l’erba fresca che è mescolata con piccoli rifiuti che non si decompongono, come i pezzi di plastica. Suggerisce l’idea di un mondo naturale e vegetale dove rimangono pochi spazi non toccati dalle attività umane.

Al centro dell’esposizione ci sono due video che sono fra le sue opere più note: O Peixe, Il Pesce, 2015-2016, e Nó na garganta, Nodo alla gola, 2022.  Mi sembra rappresentino un dialogo fra l’uomo e gli animali, dove coesistono tenerezza, sensualità, pericolo, senso della morte.
Per O Peixe che ho girato in 16 mm, mi sono ispirato al cinéma vérité di Jean Rouch, un autore che con la sua filmografia etnologica mi interessa molto. Ma la mia, sotto l’apparenza documentaria, è finzione. Ho chiesto a dieci pescatori di abbracciare i pesci appena pescati, di entrare in contatto con loro. Non ci sono stateprove, tutto è girato in presa diretta. C’è un senso di tenerezza che si accompagna alla morte. In Nó na garganta delle persone che lavorano presso un circo privato interagiscono con i serpenti: qui il senso del pericolo si sposa alla sensualità dei corpi umani e alle forme sinuose dei serpenti. Coesistono paura e desiderio ed è anche una mia riflessione sulle catastrofi ambientali generate dalla voracità umana.

Francia Commanderie de Peyrassol Mostra L’art de ne pas être vorace Jonathas de Andrade, Jean-Christophe1 / 6
Francia Commanderie de Peyrassol Mostra L’art de ne pas être vorace Jonathas de Andrade, Jean-Christophe
Francia Commanderie de Peyrassol Mostra L’art de ne pas être vorace Jonathas de Andrade, Jean-Christophe Lett 42 / 6
Francia Commanderie de Peyrassol Mostra L’art de ne pas être vorace Jonathas de Andrade, Jean-Christophe
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Francia Commanderie de Peyrassol Mostra L’art de ne pas être vorace Jonathas de Andrade, Jean-Christophe
Francia Commanderie de Peyrassol Nó na garganta 2022 Courtesy Jonathas de Andrade, Fondazione In Between Art Film and Galleria Continua4 / 6
Francia Commanderie de Peyrassol Nó na garganta 2022 Courtesy Jonathas de Andrade, Fondazione In Between Art Film and Galleria Continua
Francia Commanderie de Peyrassol Mostra L’art de ne pas être vorace Jonathas de Andrade, Jean-Christophe5 / 6
Francia Commanderie de Peyrassol Mostra L’art de ne pas être vorace Jonathas de Andrade, Jean-Christophe
Francia Commanderie de Peyrassol Nó na garganta 2022 Courtesy Jonathas de Andrade, Fondazione In Between Art Film and Galleria Continua6 / 6
Francia Commanderie de Peyrassol Nó na garganta 2022 Courtesy Jonathas de Andrade, Fondazione In Between Art Film and Galleria Continua
Francia Commanderie de Peyrassol Mostra L’art de ne pas être vorace Jonathas de Andrade, Jean-Christophe
Francia Commanderie de Peyrassol Mostra L’art de ne pas être vorace Jonathas de Andrade, Jean-Christophe Lett 4
Francia Commanderie de Peyrassol Mostra L’art de ne pas être vorace Jonathas de Andrade, Jean-Christophe
Francia Commanderie de Peyrassol Nó na garganta 2022 Courtesy Jonathas de Andrade, Fondazione In Between Art Film and Galleria Continua
Francia Commanderie de Peyrassol Mostra L’art de ne pas être vorace Jonathas de Andrade, Jean-Christophe
Francia Commanderie de Peyrassol Nó na garganta 2022 Courtesy Jonathas de Andrade, Fondazione In Between Art Film and Galleria Continua

L’opera Fome de Resistência, Fame di resistenza, 2019, nasce invece da un rapporto con i nativi e in particolare con le donne dell’etnia Kayapó. Ci può spiegare come è nata l’idea?
Tutto è nato da un invito della Fondazione Kayapó Menkragnoti. Per me che vengo da un ambiente urbano è stata una lezione di vita, come entrare in un altro universo, anche per via delle difficoltà linguistiche. Ho lavorato con le donne Kayapó del villaggio di Pukany, nel territorio indigeno di Menkragnoti, nel Sud-Est dello stato di Pará. Queste donne realizzano sui corpi dei disegni geometrici che sono modalità per interpretare la natura. Ho voluto mettere a confronto questa forma espressiva con le antiche carte della regione realizzate dalle agenzie governative in collaborazione con l’esercito che rispondono ad esigenze di frazionamento, di demarcazione, di sfruttamento delle terre tracciando dei confini. Sono due modi di vedere il mondo: le frontiere disegnate sulle mappe militari, il concetto di proprietà non sono riconosciuti dalla cultura indigena. La mia opera è un invito alla resistenza, fatto in un periodo in cui il governo Bolsonaro metteva in pericolo le comunità dei nativi. È un messaggio soprattutto destinato a chi non è brasiliano e non è informato su quanto sta succedendo.

Sarà un 2025 impegnativo per lei. Dopo la Commanderie de Peyrassol sono in programma molti altri impegni.
A giugno si aprirà una mostra al Jeu de Paume a Tours, poi in autunno c’è un progetto con il Victoria & Albert Museum di Londra. Alla Kunsthalle di Münster presenterò un nuovo video e sarò presente a Madrid al Conde Duque Cultural Centre e alla Biennale di San Paolo con mie opere e un solo show.

Le novità del 2025 alla Commanderie de Peyrassol oltre la personale di Jonathas de Andrade

La mostra L’art de ne pas être vorace di Jonathas de Andrade, organizzata in collaborazione con Galleria Continua, inaugura i nuovi spazi dedicati alle esposizioni temporanee, ricavati nel vasto edificio progettato da Charles Berthier nel 2020 che già ospita la boutique della produzione vinicola del domaine provenzale.

Francia Commanderie de Peyrassol Veduta esterna del Centre d'art1 / 3
Francia Commanderie de Peyrassol Victor Francia Commanderie de Peyrassol Veduta esterna del Centre d’art
Francia Commanderie de Peyrassol Victor Vasarely, Sculpture P&T, 1978, courtesy Victor Vasarely and Peyrassol, (c) C. Goussard2 / 3
Francia Commanderie de Peyrassol Victor Vasarely, Sculpture P&T, 1978, courtesy Victor Vasarely and Peyrassol, (c) C. Goussard
Francia Commanderie de Peyrassol Keiji Uematsu, Floating Red Form, 2005, courtesy Keiji Uematsu and Peyrassol, (c) C. Goussard3 / 3
Francia Commanderie de Peyrassol Keiji Uematsu, Floating Red Form, 2005, courtesy Keiji Uematsu and Peyrassol, (c) C. Goussard
Francia Commanderie de Peyrassol Veduta esterna del Centre d'art
Francia Commanderie de Peyrassol Victor Vasarely, Sculpture P&T, 1978, courtesy Victor Vasarely and Peyrassol, (c) C. Goussard
Francia Commanderie de Peyrassol Keiji Uematsu, Floating Red Form, 2005, courtesy Keiji Uematsu and Peyrassol, (c) C. Goussard

La collezione d’arte di Philippe Austruy

Il centro d’arte si trova nel mezzo di una grande proprietà di circa 850 ettari, dove coesistono vigneti (i vini sono commercializzati con l’etichetta Château Peyrassol), uliveti, foreste e garriga mediterranea. Dal 2001, Philippe Austruy ha ridato vita, anno dopo anno, alla commanderia templare fondata nel 1204 per dare ospitalità ai pellegrini in partenza per la Terra Santa. Aperto al pubblico nel 2015, il centro d’arte ha conosciuto negli ultimi anni un rinnovato sviluppo. Nel 2016 era stato costruito, sempre su progetto dell’architetto Charles Berthier, un edificio in cemento per ospitare la collezione d’arte, composta da centinaia di opere di artisti come Daniel Buren, Jean Dubuffet, Niki de Saint Phalle, Dan Graham, Carsten Höller, Richard Long, Jean Tinguely, Antony Gormley, César, Arman, Antoni Tàpies. Dal 2021 le stagioni si sono arricchite di esposizioni temporanee dedicate a Anish Kapoor (2021), Michelangelo Pistoletto (2022), Berlinde De Bruyckere (2023), Bertrand Lavier (2024).

Un nuovo percorso per valorizzare le opere

Il 2025 si caratterizza per un nuovo percorso ideato per mostrare anche opere meno conosciute. “La collezione si compone al momento di circa 450 opere e non tutte possono essere esposte alla Commanderie o nelle altre proprietà come la Tenuta Casenuove nel Chianti e quest’anno abbiamo deciso di esporre anche pezzi meno conosciuti” spiega Mathilde Marchand, direttrice della Collection Philippe Austruy. Oltre all’esposizione interna, uno dei punti di forza della Commanderie de Peyrassol rimangono le opere esposte all’aperto. Un magnifico percorso, da fare a piedi, in bici o noleggiando un caddy, che dal cuore storico della commanderia templare si snoda fra vigneti terrazzati e foreste in uno scenario provenzale ancora grandioso e incontaminato.
Dario Bragaglia
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Clarice Lispector. Todos os Contos (Em Portuguese do Brasil)

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Provenza // fino al 2 novembre 2025
L’art de ne pas être vorace, Jonathas de Andrade
Commanderie de Peyrassol

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L’ultima volta del Padiglione della Santa Sede alla Biennale Architettura, nel 2023, era stata nel giardino dell’Abbazia di San Giorgio Maggiore, con l’installazione diffusa di Àlvaro Siza a esplorare il tema Amicizia Sociale: incontrarsi nel giardino. E dopo il ritorno – nel 2024, a seguito di molti anni d’assenza – alla Biennale d’Arte, propiziato dal diretto interessamento di Papa Francesco (che resterà il primo pontefice ad aver visitato la Biennale Venezia), il Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede si presenta alla 19. Mostra Internazionale di Architettura in concomitanza con i giorni del conclave che porterà a eleggere il successore di Bergoglio.

Il Padiglione della Santa Sede alla Biennale Architettura 2025

Il Padiglione Vaticano si raggiunge quest’anno nel sestiere di Castello, ospitato presso il Complesso di Santa Maria Ausiliatrice. E propone, con Opera Aperta, un progetto che interpreta l’architettura come atto di cura e responsabilità condivisa, capace di rispondere alle sfide sociali ed ecologiche contemporanee, nel decennale della pubblicazione della Lettera Enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, e in linea con il pensiero guida della Mostra curata da Carlo Ratti.
Opera Aperta, a cura dell’architetta e restauratrice Marina Otero Verzier, e della direttrice artistica di Fondaco Italia Giovanna Zabotti (già curatrice del Padiglione Venezia), è infatti anche pratica viva di restauro, “laboratorio di riparazione collettiva”.
La direzione artistica e la progettazione architettonica sono affidate a Tatiana Bilbao ESTUDIO (Tatiana Bilbao, Alba Cortés, Isaac Solis Rosas, Helene Schauer) e MAIO Architects (Anna Puigjaner, Guillermo Lopez, Maria Charneco, Alfredo Lérida), due studi internazionali noti per il loro approccio sperimentale, sostenibile e sociale all’architettura.

Padiglione della Santa Sede, Opera Aperta, installation view. Photo Marco Cremascoli
Padiglione della Santa Sede, Opera Aperta, installation view. Photo Marco Cremascoli

La storia del Complesso di Santa Maria Ausiliatrice a Castello

Dopo le giornate inaugurali dell’8 e del 9 maggio, il Padiglione della Santa Sede aprirà le porte al pubblico a partire da sabato 10, e si proporrà come fucina operosa per tutta la durata della Biennale, e oltre. I prossimi sei mesi, infatti, serviranno ad avviare il progetto di restauro e riqualificazione del Complesso di Santa Maria Ausiliatrice, esteso su una superficie di circa 500 metri quadrati e ricco di elementi di rilevanza artistica e culturale.
L’edificio fu costruito nel 1171 per essere ospizio per i pellegrini; divenne poi l’ospedale più antico del centro di Venezia, prima di essere trasformato, nel Settecento, per ospitare un asilo, una scuola e un convitto. Dal 2001, il Comune di Venezia lo ha destinato ad attività culturali. E per i prossimi quattro anni sarà gestito dal Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede, che ne sta curando il restauro come eredità duratura per la città e la sua comunità.

Padiglione della Santa Sede, Opera Aperta, installation view. Photo Marco Cremascoli
Padiglione della Santa Sede, Opera Aperta, installation view. Photo Marco Cremascoli

Il Padiglione della Santa Sede come laboratorio di restauro condiviso

Il primo momento di condivisione, però, è rappresentato proprio dal processo di restauro, volto a valorizzare la storia del complesso senza nascondere il tempo trascorso. Al lavoro ci saranno studi di architettura e associazioni interessate a coltivare il futuro della città, artigiani locali e restauratori di opere in pietra, marmo, terracotta, pittura murale e su tela, stucco, legno e metallo. Nell’ottica di condividere idee e competenze che offrono una visione di speranza (tema del Giubileo 2025) per l’architettura. 
Il pubblico potrà visitare il cantiere dal martedì al venerdì: all’interno del Complesso, infatti, tessuti appesi alle pareti avvolgono le superfici dell’edificio, lasciando aperti varchi che offrono scorci sui lavori di restauro. Le impalcature mobili, funzionali ai lavori, diventano anche elementi d’arredo, suddividendo lo spazio in ambienti modulari, per creare diverse configurazioni.

Padiglione della Santa Sede, Opera Aperta, installation view. Photo Marco Cremascoli
Padiglione della Santa Sede, Opera Aperta, installation view. Photo Marco Cremascoli

Gli eventi e le iniziative al Padiglione della Santa Sede

Per tutta la durata della Biennale, infatti, lo spazio ospiterà iniziative ed eventi. Come i workshop di restauro e riqualificazione condotti da UIA-Università Internazionale dell’Arte (due pomeriggi alla settimana, il martedì e il venerdì). Inoltre, una grande tavola conviviale, gestita dalla cooperativa nonsoloverde, accoglierà ogni martedì e venerdì cittadini e visitatori per offrire loro uno spazio di confronto e dialogo (come mediatori con il pubblico sono coinvolti anche gli studenti dell’Università Ca’ Foscari). Ma il Complesso accoglierà anche prove musicali e metterà a disposizione strumenti – disponibili su prenotazione – grazie alla collaborazione con il Conservatorio di Musica Benedetto Marcello.
Livia Montagnoli
Padiglione della Santa Sede – Biennale Architettura 2025
Opera Aperta
Complesso di Santa Maria Ausiliatrice. Fondamenta San Gioacchin, 450, Castello
Apertura al pubblico dal martedì al venerdì, a partire dal 10 maggio

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Scrivo questo testo la domenica di Pasqua. È il 20 aprile e chiudiamo, qui a Milano, un intero mese di fiere e di eventi. Oltre alla settimana forsennata del Salone c’è stata anche l’Art Week con la fiera miart e ancor prima la fiera di fotografia MIA. Tanti appuntamenti da seguire e una consapevolezza incrollabile: non c’è un mezzo più comodo ed efficace della bicicletta per fare tutto. E allora, sia per praticità sia per etica, ho cercato di fare tutto in bicicletta. Nel farlo mi sono posto spesso una domanda: le istituzioni e gli organizzatori responsabili di tutti questi importanti eventi mi hanno coadiuvato nella mia scelta oppure mi hanno ignorato o magari addirittura ostacolato? 

Milano e le biciclette: un problema ancora non risolto

Sono andato in bici fino alla non centralissima location della fiera MIA, in Via Tortona, una volta arrivato ho provato ad entrare nell’enorme cortile del Superstudio (la sede della rassegna, peraltro quest’anno molto bella) e il guardiano mi ha subito fermato. “Scusi ma lì ci sono dei posti per le bici” gli faccio, “Sì, ma sono solo per i dipendenti” mi risponde. Morale della favola: il Superstudio (il Superstudio!) non ha pensato a posti bici per chi viene pedalando ai tanti eventi che ospita. Non mi pare cosa in alcun modo giustificabile. Ho dovuto cercare un palo con parecchie difficoltà perché tantissima gente come me era venuta alla fiera MIA in bici e si è dovuta arrangiare attaccandosi a qualche elemento di arredo urbano in assenza di un parcheggio messo a disposizione dallo spazio espositivo: non tutta Via Tortona è così, di fronte c’è il museo MUDEC che ha predisposto all’interno del cortile – cosa che dà maggiore sicurezza a chi si muove in bici – uno spazio apposito.

miart 2025 ph irene fanizza 12 scaled Vuoi andare in bicicletta alla fiera d'arte? Peggio per te!
miart 2025, ph: Irene Fanizza

Miart e la poca considerazione per chi si muove in bici 

Ma passiamo alla fiera miart iniziata nei giorni successivi. Sono arrivato boccheggiando al polo fieristico cittadino di Milano e anche lì mi sono dovuto scontrare con l’assenza di parcheggi predisposti. Tutta la strada è dedicata alle auto e alle moto, ma per chi si avventura in bici neppure qualche misero metro quadro per posteggiare. Come tanti altri (c’è da notare che sempre più visitatori di queste rassegne raggiungono in bici la destinazione) ho incatenato il mio mezzo ad un elemento dell’arredo urbano non senza farmi carico di un bisticcio col tassista che sosteneva che in quel punto non si poteva lasciare la bici perché avrebbe dato fastidio ai suoi passeggeri. 
Per curiosità visitando la fiera ho dato una scorsa al sito ufficiale di FieraMilano nella classica sezione che tutti i siti hanno sul “come raggiungerci”. Le opzioni sono “in auto” o “con i mezzi pubblici”. Un importante quartiere fieristico collocato in centro città non offre alcuna indicazione – e dunque alcun servizio – a chi viene in bici. E pensare che la fiera di Milano ha dei padiglioni comodamente fiancheggiati da una strada interna sul retro: basterebbe consentire alle bici di accedere e posteggiare lì. Sarebbe un bell’incentivo per chi viene in bici, non una punizione com’è oggi.

Più spazi per le bici: una questione nazionale

Non è una faccenda milanese, beninteso. Il discorso vale per tutte le altre città italiane. E ovviamente non vale solo per fiere d’arte ma per tutti gli attrattori culturali che siano festival, fondazioni, gallerie pubbliche e private e musei. E allora significa che manca proprio una sensibilità: l’arte non fa che parlare di sostenibilità ma poi per raggiungere i luoghi dove l’arte si espone si dà per scontato che la gente debba venire in automobile. Come si risolve? Nominando una figura, che esiste già in molte aziende e in molte istituzioni pubbliche che si chiama “mobility manager”. Non serve che sia una figura in più, è sufficiente che un componente dello staff venga incaricato di fare attenzione a determinati aspetti riguardanti l’accessibilità dei visitatori: come arrivano? I mezzi pubblici sono comodi o si può migliorare qualcosa? Il passaggio per i genitori con il passeggino è adeguato? E i percorsi per i diversamente abili sono ben fruibili non solo dentro al museo ma anche fuori? E chi arriva in bici è giustamente agevolato oppure finisce per essere paradossalmente disincentivato? Serve una persona preparata, formata e sensibile che si occupi di tutto questo. I musei più attenti e all’avanguardia la nominino prima ancora che qualcuno gli imponga di farlo. Un mobility manager contribuisce a diminuire il traffico e le emissioni, rende più facile l’accesso al museo e dunque in definitiva incoraggia l’aumento di visitatori. Oltre a connettere in maniera ancor più profonda il museo, il festival, l’evento d’arte con la città che lo ospita. E ad assolvere alla definizione stessa di museo, ovvero di attore “al servizio della società”. 
Massimiliano Tonelli
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Rifiutato per quasi 30 anni dagli editori italiani, finalmente scoperto in Germania e quindi pubblicato in Francia, dieci anni dopo la morte della sua autrice, L’arte della gioia è il più noto romanzo di Goliarda Sapienza. Sulla scrittrice, scomparsa nel 1996, e sulla protagonista di quest’opera, si concentra L’arte della gioia – Goliarda Sapienza, il documentario in onda su Sky Arte venerdì 9 maggio.

Goliarda Sapienza
Goliarda Sapienza

Su Sky Arte il documentario su Goliarda Sapienza

Le traiettorie intrecciate da due personaggi vulcanici – la scrittrice da una parte e Modesta, la protagonista del libro, dall’altra – guidano lo spettatore lungo una narrazione che è anche un affresco socio-politico. Affidato al racconto dell’attrice Valeria Golino, il film è diretto dalla regista Coralie Martin, che a riguardo afferma: “Attraverso il ritratto di questa donna e il suo romanzo eccezionale, si tratta di scuotere le nostre certezze, di mettere in discussione la complessità delle nostre identità, di interrogare il nostro rapporto con il femminismo e il genere, di osare invocare costantemente sincerità e onestà nelle nostre vite. È tutto questo che l’opera di Goliarda Sapienza grida e che lei ha incarnato per tutta la vita.”
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